Sicuri che il cambiamento sia nel verso giusto?

Negli anni ’50 l’Italia aveva una sua peculiarità: quella di essere un Paese con una morale contadina che andava verso l’industrializzazione ed il benessere. Pochi anni dopo, ed in seguito a uno sconvolgimento geografico e culturale, le città italiane erano totalmente diverse da quelle degli anni trenta. Dal Medioevo al G7 in un ventennio, niente male.

I figli di quell’epoca ragionavano in parte dando per scontato quanto c’era già, in parte nei termini imposti dalla certezza di dover per forza avere un miglioramento nella loro condizione. Averlo subito ed erga omnes. Non fu così, forse non poteva esser così. Non si ebbe per tutti quel miglioramento, forse, nel ventennio successivo al miracolo italiano, non si ebbe per nessuno. O meglio, non si ebbe nella misura e con la portata che l’incremento dei due decenni precedenti lasciava supporre. Ma non si può nemmeno parlare di una regressione in quegli anni. Forse la situazione migliorò di poco, in maniera impercettibile, o forse non migliorò affatto. Ma non peggiorò. Non fu avvertita però come una situazione stazionaria, tutto sommato sopportabile, ma come un arresto, un blocco che avrebbe comportato il prossimo regresso.

Ciò (sarebbe inconcepibile per un adolescente di oggi) generò una prostrazione che invece di scaricarsi in discoteca fra extasi e co. si riversò nelle piazze. Ma durò poco, e, checché ne dicano i detrattori del sessantotto, gli effetti reali di quel portato nella modificazione della cultura sociale non ci furono. Ci furono quelli nella storia e nella cronaca, e chi li nega, ma di modificare la cultura del Paese proprio non ci riuscirono.

Presto infatti arrivarono gli anni ’80, lo sciopero dei colletti bianchi contro i blocchi degli operai, la Milano da bere ed il trionfo della finanza…e la fine del modello italico. Dall’arretratezza del periodo fra le due guerre ad un Paese avanzato, con un benessere che si misurava nei salari fra i più alti d’Europa, non si era passati per caso, né perché questo progresso fosse ineluttabile e irreversibile. Ma non si capì. Era normale ed inarrestabile il progresso. E se non poteva essere per tutti, allora poco male. Legge della giungla: sopravvive il più forte. Si badi bene, il più forte, non il più bravo. Il cucciolo più forte che sopravvive nella Savana è tale per nascita, non per capacità o impegno o merito personale. Così avvenne nel mondo e nella società.

E allora il vangelo secondo Wall Street dettò i tempi ed i modi del “come va il mondo”, la finanza unico attore economico, i soldi ed il profitto solo parametro di valutazione e giudizio e tutto il resto variabili indipendenti: donne e uomini compresi.

Il passo dell’economia da allora ha iniziato a seguire il ritmo cadenzato dalle banche d’affari ed il motto vespasiano divenne la massima del Mondo. E se pecunia non olet, allora non è importante nemmeno come si raggiunga il successo ed il denaro. Ogni mezzo è lecito, in questa guerra per amore del denaro. Il prestigio sociale è dato dai soldi, ed allora meglio calciatore che scienziato, perché in serie C si guadagna dieci volte di più che a fare il ricercatore precario, meglio velina che insegnante, non si sa mai che ti fanno pure ministro delle pari opportunità, meglio Ricucci, Lele Mora e Corona che le migliaia di laureati specializzati che finiscono in un call center, a fare i pony express o gli addetti al volantinaggio.

Non ce l’ho con queste professioni, non è boria intellettuale, rifugio di casta. E’ che non capisco perché chi detiene i lacci della borsa paga di più chi fa il volantinaggio di un giornale locale e non chi scrive i pezzi che su quel giornale sono pubblicati (poi ci chiediamo perché il giornalismo non ha più la qualità d’un tempo, il coraggio d’una volta. Provate voi a scrivere per 4-5 euro ad articolo). Non capisco perché un insegnante a cui affidiamo l’educazione e la formazione delle future generazioni guadagnino il centesimo di una velina e per “prendere la cattedra” (perché precario, come li vorrebbe tutti la Gelmini, Berlusconi, il Consiglio dei Ministri attuale e chi li ha votati) deve sottoporsi alla bagarre annuale dell’assegnazione, stipandosi con altre centinaia in saloni al caldo settembrino, quasi vacche alla fiera o polli al mercato (senza nemmeno uno straccio di rappresentante istituzionale, o anche di animalista, che tuteli la categoria ed i suoi diritti). Non capisco perché si spendano soldi pubblici (perché come li chiamate quelli della Rai?) per pagare cachet tanto esosi da divenire offensivi ad artisti tutti da dimostrare, e si risparmiano quelle stesse pubbliche risorse quando si tratta di pagare ricercatori, scienziati, educatori, studiosi, e tutti coloro che potrebbero migliorare il futuro del nostro paese. Perché non me ne vogliano i tanti artisti di questo nostro mondo televisivo, ma sono convinto che potrebbero sopravvivere anche senza tutti quei quattrini, con compensi “umani”, ma se si riuscisse a “virtualizzare” il nostro sistema dell’istruzione e della ricerca, anche pagando di più insegnati e ricercatori, forse staremmo meglio. Perché altrimenti è inutile ed ipocrita poi lamentarsi della fuga dei cervelli.   

Tarja Halonen, presidente della repubblica finlandese, rispondendo ad un’intervistatrice Rai, ha dichiarato che il segreto dello sviluppo della Finlandia è legato al forte investimento di quel paese nell’istruzione e nello stato sociale. E la Finlandia, è il caso di dirlo, è un Paese in capo al mondo, ma che ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più importante nell’economia mondiale grazie alle nuove tecnologie. E noi? Non possiamo nemmeno dire più di bearci delle glorie del passato, perché quelle sono storia, e dedicarsi a queste facezie e tempo sottratto alla produttività, alla finanza, ed all’economia…fossimo almeno capaci: perché anche lì registriamo altissimi tassi di fuga dei cervelli (mi chiedo se poi non è agevolata questa fuga. Se i cervelli vanno via, se i più bravi li si manda da un’altra parte, i mediocri si trovano a dirigere il paese, vero e proprio esempio, quello italico, di classe dirigente generatasi per sottrazione).

Ma la Finlandia, come la Svezia e la Norvegia, la Danimarca e l’Islanda, investono, e non tagliano, nell’istruzione, nella cultura, nello stato sociale. Non vincono i Mondiali, non hanno le tante soubrette e show girl che abbiamo noi. Noi siamo bravi, loro che sanno fare, al massimo i cellulari della Nokia (primo produttore mondiale) o quelli della Ericsson, le auto della Saab e della Volvo (da molti definite le più sicure ed affidabili). E pure quelle sono piccole nazioni, in posti marginali, lì sopra, dove devi andarci per forza, non sono mica al centro del mediterraneo e delle rotte navali dall’Asia all’Europa, solo per fare un esempio.

Noi…basta con questa inutile vanagloria. Siamo davvero sicuri che il cambiamento, che la strada che abbiamo fatto imboccare all’Italia vada nel verso giusto?

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