Aizamm a voce

            “Se verrà la guerra, Marcondiro’ndero/se verrà la guerra, Marcondiro’ndà/sul mare e sulla terra, Marcondiro’ndero/sul mare e sulla terra chi ci salverà?/Ci salverà il soldato che non la vorrà/ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà”. Era con un estremo augurio di un briciolo di sanità mentale in un mondo sull’orlo della follia che Fabrizio De André apriva il suo pazzo “Girotondo” dell’album “Tutti morimmo a stento”. Il soldato che rifiuta la guerra come misura e sostanza della pace, la volontà di vita del singolo contro la spinta suicida delle folle stregate dal potere. Una speranza che anche nella canzone durava poco, e la guerra alla fine contagiava tutti, pure i bambini.

            Però che bel sogno. O realtà. Mentre le diplomazie non hanno la forza ed il coraggio per dire una parola forte contro quello che accade in Tibet, nemmeno per dire alla Cina “senti, se non la smetti subito ci veniamo alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, ma tutti con una t-shirt con su scritto ‘Liberate il Tibet’, e lo scriviamo anche su tutte le bandiere che esporranno le nostre squadre ed i nostri atleti”, un uomo ha deciso di intraprendere da solo la battaglia. Si chiama Bhaichung Bhutia, capitano della nazionale di calcio indiana. Bhutia avrebbe dovuto portare per un pezzo la fiaccola olimpica in rappresentanza del suo Paese, ma si è rifiutato. “Sono per la causa tibetana, quella fiaccola non la porterò mai”, ha detto. Evviva. Come dire, state massacrando i diritti civili in casa vostra ed a casa d’altri, non ho la forza per impedirvelo, ma non potete mica pretendere che mi piaccia pure.

            Certo come sarebbe bello poter dire alla Cina “noi veniamo alle Olimpiadi, ma ti grideremo dagli spalti e dai campi che non ti reputeremo uno stato civile fino a quando non rispetterai i diritti umani”. Di più, come sarebbe bello se potessimo dire alla Cina “noi non impediremo ai tuoi prodotti di giungere da noi, ma scriveremo sulle etichette la verità: prodotti senza alcun rispetto delle regole e dei diritti dei lavoratori”. Seee, magari.

            Perché non possiamo farlo? Perché loro direbbero: “si, prodotti senza regole, ma per le vostre aziende, che non si lamentano affatto”. E come potremmo dargli torto? Perché il tema è sempre lo stesso: se il rispetto dei diritti umani in Cina vale meno dei risparmi che le multinazionali realizzano attraverso la loro negazione…

            A farla breve, io ho una formazione socialista e, sull’esempio di Carlo Rosselli, intendo il socialismo come “amore ai problemi concreti”. Quindi anche alle risposte concrete. Cosa possiamo fare noi per dare un segnale concreto se vogliamo contrastare realmente la violazione dei diritti umani nel Paese del Dragone e le nostre democrazie nominali non intendono muoversi? Semplice, seguire l’esempio di Bhaichung Bhutia. Boicottiamola noi la Cina. Non guardiamo le Olimpiadi (mica muore nessuno), facciamo, come possiamo e quando possiamo, sentire il nostro dissenso (sui blog, sui siti internet, anche nei concertini dei gruppi adolescenziali se possiamo), e, soprattutto, compriamo meno prodotti cinesi o fatti in Cina (vorrei dire non compriamoli del tutto, ma so che è ormai impossibile). 

            Tranquilli, non si va all’inferno. E poi, non capisco perché nessuno si scandalizza se Cina, Corea e Giappone bloccano le mozzarelle di bufala perché ne hanno trovata una in Italia con tracce di diossina (che poi quelle che mangiano loro, credo, le facciano pure a Taiwan) ed invece si griderebbe al colbertismo se alcuni cittadini, spontaneamente, decidessero di non comprare più palloni fatti dai bambini o in un Paese che esegue centinaia di sentenze capitali all’anno e calpesta i diritti di altri popoli. Come dire, se le nostre diplomazie tacciono per tutelare le economie delle multinazionali almeno noi “aizamm a voce”, come direbbero i produttori di mozzarella offesi dall’atteggiamento di chi le “bufale”, e non quelle a pasta filata, le ha assurte a prodotto nazionale tipico.

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