E in tanti scelsero di non partecipare…

            Ne ho lette e sentite tante di analisi su questa prossima tornata elettorale. Ognuno ha la sua diagnosi e ciascuno propone una propria cura. Ma spesso sfugge il dato (o forse lo si nasconde) che sempre di più sono coloro che a queste elezioni scelgono di non partecipare.

            Non sto parlando solo del fenomeno del “grillismo” (sul quale io rimango fortemente critico), ma di una serie di diverse situazioni in cui sempre di più sono coloro che dicono di non voler andare a votare. Per spiegarmi meglio prendo i casi della mia regione.

            Qualche tempo fa, il comitato civico “Per la montagna materana”, nato dalle lotte dei cittadini in difesa dell’ospedale di Stigliano, ha proclamato la propria astensione critica dal voto del 13 e 14 aprile, annunciando che tale defezione durerà fino a quando non saranno prese in considerazione seriamente e concretamente le problematiche di quell’area, quindi anche per le prossime elezioni che verranno negli anni futuri. In quelle stesse settimane, a Bernalda, il comitato “Cittadini Attivi” annuncia di non partecipare alle consultazioni politiche. Sempre a Bernalda, l’associazione “Libera Cittadinanza” dichiara la propria solidarietà con i “Cittadini Attivi” ed annuncia la propria astensione dal voto. “Loro non ci ascoltano e noi non li votiamo” è stato poi lo slogan di una manifestazione del comitato regionale “Per le 151 giornate”, un movimento di braccianti forestali che si propone l’incremento delle giornate lavorative di questi operai in Basilicata. A Policoro, il più grosso comune della regione dove si terranno anche elezioni amministrative, il gruppo di “Alleanza Popolare” annuncia anch’esso la propria astensione come strumento critico “per rispondere allo strapotere dei partiti”.

            Premetto subito, per me quella non è una soluzione. Ma difficilmente si può archiviare il tutto in modo superficiale definendola solo una pratica “qualunquista e populista”. Qui non stiamo parlando di persone deluse o tradite che decidono di non prendere parte al rito della democrazia elettiva al motto di “tanto sono tutti uguali”. Ci troviamo dinnanzi, invece, a gruppi organizzati che, criticamente e sistemicamente, annunciano di non voler partecipare al voto. A gruppi che “fanno politica” con un senso civico importante e che esprimono il proprio dissenso non esprimendo alcun voto.

            Le motivazioni sono le più varie, legate a problemi del territorio, di categoria, sociali, ma anche “politici” nel senso più comune. In alcuni casi l’astensione è frutto e figlia del sistema elettorale: cittadini che non amano questa legge elettorale e non intendono andare a votare per eleggere organigrammi di partito. Un sentimento acuito anche dalle stupidaggini sul voto utile: a non pochi sembra offensivo che non solo non si possa scegliere il candidato da eleggere, ma qualcuno debba dire loro anche per quale partito votare. Non si può sognare un modello americano a due partiti in fotocopia e poi lamentarsi che cominci a realizzarsi quello che è uno dei fenomeni più tipici di quel modo di fare politica: l’astesionismo. E se poi questo qui da noi è anche organizzato è testimonianza del fatto che la nostra democrazia è sostantivo e non la si può declinare a semplice aggettivo di partito.

            In più, spesso la “politica governante” sembra vivere da un’altra parte. La Basilicata, ci dice la ormai nota Zamparutti (si legga il post precedente), “è l’emblema del caso Italia, una regione stretta nella morsa della partitocrazia”. E “nella situazione di impoverimento generale, la Basilicata paga di più”. Colpa “della mala gestione della cosa pubblica”. La verità “è che tutti vorremmo essere liberi di esprimerci. Il problema è la gestione del potere pubblico che in Basilicata si esprime con maggiore durezza”. Ricordo nuovamente che Elisabetta Zamparutti è candidata in Basilicata alla Camera dei Deputati per il Partito Democratico, fra le cui fila militano coloro che hanno governato e governano questa regione. Quindi, autocitandomi: ma a chi lo dite?

            Ma la Zamparutti è altoatesina, e quindi, forse, gli sarà sfuggito questo particolare. Quello che invece fa sorridere è che, a sentirlo parlare, deve essere sfuggito anche al presidente della Regione Vito De Filippo (Partito Democratico, candidato n. 6 al Senato in Basilicata), che in un comizio in Val d’Agri (la valle ricca di petrolio, dove però l’emigrazione è ancora il prodotto più tipico della zona), magnificava l’azione di governo e spiegava come, rinnovando la classe politica con il voto a Veltroni, le cose sarebbero andate meglio, e si sarebbe potuti anche continuare il buon lavoro fatto fin qui in Basilicata.

            Peccato però che il giorno dopo, in un dibattito organizzato dalla Conferenza Episcopale lucana (quindi non dai soliti “sovversivi”) il vice direttore dello Svimez, Luca Bianchi, spiegava come dalla Basilicata la crescita è ferma all’uno per cento e nel solo 2006 fossero andate via 4.000 persone (più della grandezza media dei comuni lucani) e come i giovani che decidono di restare in pochissimi casi riescono a raggiungere una situazione economica stabile in grado di consentire loro di “metter su famiglia”, depauperando, quindi, l’ultima vera risorsa rimasta al Sud: la risorsa umana.

            E chissà perché furon in tanti quelli che scelsero di non partecipare…   

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