Perché non posso cedere al gentlemen’s agreement in politica

            So già da ora che queste poche righe potranno a molti sembrare eccessivamente aggressive, improntate ad una visione della politica “settaria”. So anche che potrei apparire fuori luogo, fuori tempo, fuori spazio rispetto al comune e diffuso sentire in voga nei giorni nostri, ma comunque voglio correre il rischio: io non posso cedere al gentlemen’s agreement che oggi pare animare la politica attuale, specialmente nel rapporto fra i due principali competitors dell’agone politico italiano, Berlusconi e Veltroni.

            So che quello dei due big del Pdl e del Pd sembra un comportamento dettato dal buon senso, dettato dalla volontà di far bene, so che sembra una cosa buona (e qui tento di rispondere al commento di Ale sul post di ieri, correndo anche in questo caso il pericolo di scadere nel banale), so che sembra quello di cui c’è bisogno oggi per il Paese. Ma, in definitiva, so che sembra…ma non è.

            Non è perché ha due problemi di fondo: il primo (che non spiegherò oltre, perché l’ho già fatto su queste pagine) è dato dal fatto che più che un accordo fra gentiluomini, quello fra Veltroni e Berlusconi è dettato da una comune visione del mondo, condita con una malcelata volontà di larga intesa; il secondo è invece quello legato all’aspetto su cui mi voglio soffermare di più.

            Non voglio tediare nessuno, anche perché sono stanco e non è più orario di prenderla alla larga. Dalla mia posizione di parte, partigiana e partitica non riesco a far finta che la situazione attuale possa essere calmierata tutta all’interno e sotto le spoglie della pace borghese e del compromesso sociale. Come? Termini vecchi? Non è possibile continuare a vedere ancora il mondo ed i rapporti di società come scontri di classe? Dite?

            Due spunti di riflessione prima della buonanotte. Vi sembra possibile stabilire un “patto fra gentiluomini” fra chi muore tre volte al giorno spaccandosi la schiena per un lavoro spesso precario, che ha nella sua atipicità la propria forma più tipica, che è costretto a turni assurdi e tempi infiniti per garantirsi una sopravvivenza non dignitosa ma almeno minima, e chi capitalizza guadagni da far paura giocando con le proprie rendite, paga solo il 12 per cento sui capital gain e, con boria e protervia inusitate, pretende di dirci che sia giusto così perché “così vanno le leggi del mercato”? Dite che è un’immagine dell’ottocento? Provate a lavorare alla Fiat-Sata di Melfi con un contratto a termine a meno di mille euro al mese e poi riparliamone.

            Secondo spunto di riflessione. In Italia il potere di acquisto dei salari dall’abolizione della “scala mobile” in poi, ma con una picchiata più accentuata nell’ultimo decennio, è progressivamente sceso fino al punto che un impiegato oggi deve indebitarsi per mandare i figli all’università, mentre negli anni settanta era considerato appartenente ad una classe agiata. Ancora, negli anni settanta il rapporto fra il salario minimo e la retribuzione del livello apicale in una azienda era di 1 a 25, 1 a 30. Provate a pensare a quanto ammonti il rapporto fra il reddito del citato precario della di Melfi e quello (stock options comprese) di Marchionne o Montezemolo? Ed ora, se siete bravi in matematica e geografia, fate lo stesso calcolo rapportando i redditi di Montezemolo e Marchionne a quelli riconosciuti agli operai al minimo negli stabilimenti Fiat polacchi? Vi sembra ancora possibile non prendere parte rispetto a queste due “parti”? Esserne “equidistanti”?

            In una parola, e perché è tardi per tutti, non credo che io potrò mai aderire a questo strambo gentlemen’s agreement all’amatriciana e non credo che sia questo ciò di cui ha bisogno la società. Ma soprattutto, ripeto, non credo si possa vivere in questa società senza prendere parte per una o per l’altra delle due “parti”. Come dire (si può ancora citare Gramsci?): "Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. […] Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia".

Questa voce è stata pubblicata in politica. Contrassegna il permalink.

8 risposte a Perché non posso cedere al gentlemen’s agreement in politica

  1. anonimo scrive:

    Grazie della risposta, sia sul mio che sul tuo blog.
    Rispondo con un breve commento al tuo:

    “..non credo si possa vivere in questa società senza prendere parte per una o per l’altra delle due “parti””

    Hai parlato di divisioni di classi, e anche io sono d’accordo sul fatto che sia un discorso tutt’altro che anacronistico.
    Secondo te, ci può essere un altra parte o “altre parti” rispetto al solito destra/sinistra, fascisti/comunisti, e non parlo solo di rinnovamento dei termini?
    C’è un solo partito o fazione in Italia che difende realmente gli interessi di una classe?

    Perchè se Prodi non difende gli operai, Neanche Berlusconi difende gli Imprenditori. Chi stanno difendendo?
    Ma di questo ne parliamo con calma in chat.

    Buonanotte

    Ale

  2. anonimo scrive:

    Grazie della risposta, sia sul mio che sul tuo blog.
    Rispondo con un breve commento al tuo:

    “..non credo si possa vivere in questa società senza prendere parte per una o per l’altra delle due “parti””

    Hai parlato di divisioni di classi, e anche io sono d’accordo sul fatto che sia un discorso tutt’altro che anacronistico.
    Secondo te, ci può essere un altra parte o “altre parti” rispetto al solito destra/sinistra, fascisti/comunisti, e non parlo solo di rinnovamento dei termini?
    C’è un solo partito o fazione in Italia che difende realmente gli interessi di una classe?

    Perchè se Prodi non difende gli operai, Neanche Berlusconi difende gli Imprenditori. Chi stanno difendendo?
    Ma di questo ne parliamo con calma in chat.

    Buonanotte

    Ale

  3. pietroatzeni scrive:

    D’accordo con te, in questo caso come non mai non si può tenere i piedi su due staffe! Ciao, Pietro.

  4. pietroatzeni scrive:

    D’accordo con te, in questo caso come non mai non si può tenere i piedi su due staffe! Ciao, Pietro.

  5. anonimo scrive:

    …il pezzo citato si concludeva con quello che credo sia il problema italiano… “odio gli indifferenti”. Certo è l’indifferenza il problema italiano…indifferenti alle tragedie sul lavoro, indifferenti (a parte Bruno Vespa) alle follie familiari, indifferenti all’indifferenza… Così in questa indifferenza generale non si può chiedere che qualcuno parteggi per noi nel momento del bisogno. E considerato che i bisogni sono tanti e tali nella società moderna siamo tutti sempre più soli…

  6. anonimo scrive:

    …il pezzo citato si concludeva con quello che credo sia il problema italiano… “odio gli indifferenti”. Certo è l’indifferenza il problema italiano…indifferenti alle tragedie sul lavoro, indifferenti (a parte Bruno Vespa) alle follie familiari, indifferenti all’indifferenza… Così in questa indifferenza generale non si può chiedere che qualcuno parteggi per noi nel momento del bisogno. E considerato che i bisogni sono tanti e tali nella società moderna siamo tutti sempre più soli…

  7. anonimo scrive:

    Non solo l’indifferenza. Il problema sollevato, e grosso, è l’ignavia.

  8. anonimo scrive:

    Non solo l’indifferenza. Il problema sollevato, e grosso, è l’ignavia.

Lascia un commento