Open source, freeware e risparmio di risorse pubbliche

Salve a tutti,
             si pensa sempre che per risparmiare, per snellire i bilanci delle amministrazioni pubbliche siano necessarie grandi manovre, stile le finanziarie da Colossal a cui ci ha abituato Padoa Schioppa. Certe volte, invece, può bastare meno, molto meno.
            Il freeware, ovvero il software libero da diritti proprietari ed aggiornabile in open source, totalmente modificabile ed adattabile alle più diverse esigenze, potrebbe essere una risposta. Non la sto inventando qui, direttamente su due piedi. Una prospettiva simile era già prevista nel programma dell’Unione, presentato da Prodi agli elettori, e che vedeva una importante possibilità di risparmio nell’utilizzo di programmi senza licenze per la Pubblica Amministrazione.
            Risparmio, si, ma quanto? Be’, se un provvedimento in tal senso fosse adottato in scala nazionale e per tutta la PA si stima che potrebbero essere messi da parte ben 3 miliardi di euro. Un decimo della maxi finanziaria di Padoa Schioppa, un terzo del tanto decantato “tesoretto”. Non c’è male, eh?
            Ma capisco che a livello nazionale ciò sia non poco difficile da attuare. Nelle PA locali, però, la cosa la vedo più facile. Per esempio in Puglia il gruppo consiliare di Rifondazione alla Regione si è fatto promotore di una proposta di legge in tal senso. Nel ddl regionale proposto dal partito di Bertinotti in Puglia è stato anche stimato che, in tutto il Paese, quasi un miliardo viene speso per programmi e licenze dalle sole amministrazioni locali. Numeri da capogiro.
            Innovazione tecnologica e risparmio, dunque. E perché non pensarlo su scala ancora più ridotta? Perché non immaginare di alleggerire la pressione sulle casse e sui fondi anche in un comune di una cittadina come Matera, ad esempio. Ora è chiaro che i numeri da vertigine di prima in questo caso andrebbero a ridursi per impatto ed importanza. Ma è altrettanto chiaro che, riducendo il tutto in scala, in una città come Matera sarebbe possibile avere un provvedimento con una portata, in rapporto, ugualmente significativa. Si potrebbe quindi immaginare la ratifica di un regolamento comunale che sancisca l’adozione di un altro modello di impiego e di realizzazione di software, passando da quello proprietario, costoso, non modificabile e con licenze di utilizzo a pagamento, a quello in open source, adattabile alle più diverse esigenze dell’utilizzatore.
Si potrebbe poi pensare che il Comune si faccia portatore dell’esigenza di utilizzo di un simile sistema a livello regionale, in modo da poter mettere in rete le esperienze e migliorare la funzionalità e la fruibilità di sistemi gestionali ed organizzativi per le amministrazioni pubbliche. 
Credo che i fondi così risparmiati potrebbero servire a fare altre importanti attività, senza dover attingere ancora alle tasche dei contribuenti. Poco? Be’, i numeri al livello nazionale li ho dati, fate le proporzioni, ma le percentuali di incidenza di quei costi sugli strumenti finanziari non si allontano di molto da quelle che ho citato per il sistema Italia.
Nessun provvedimento “rivoluzionario”, nessuna “cura” istantanea, ma il vero senso del riformismo, come ci il grande Federico Caffè (in La solitudine del riformista): “Il riformista è convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un ‘sistema’ di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito di apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni ad una sempre rinviata trasformazione radicale del ‘sistema’”.
Che altro non è, poi, se non l’antica saggezza contadina, quella che insegnava a procedere verso una meta “un passo alla volta”.
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