Nuovamente sul Pd: ma perché continuano a dire che è necessario farlo?

Salve a tutti,
            so che vi avevo promesso che avrei cercato di affrontare il tema e gli argomenti contenuti nelle tre mozioni che saranno discusse e votate al prossimo congresso dei Democratici di Sinistra, ma ammetto di non esserci riuscito. Vi chiedo scusa e vi riprometto di provarci appena mi sarà possibile.
            In compenso, però, in questo fine settimana ho potuto approfondire la conoscenza – sicuramente parziale e non certo esaustiva – di una delle tre mozioni dei Ds: quella “Per il Partito democratico” del segretario uscente Piero Fassino. E come, se non dalla sua voce avrei potuto conoscere meglio quali sono i punti cardini del suo progetto?
            Venerdì e sabato, infatti, la Quercia di Basilicata ha svolto a Matera la sua conferenza programmatica rivolta alle sfide che attendono la regione nel prossimo decennio che ci separa dal 2015. Un periodo importante, questo, che si concluderà con la chiusura della possibilità di spesa dei fondi di rivenienza UE e con le scadenze fissate dall’Agenda di Lisbona. Ed il lavoro svolto dai Ds lucani, ad onor del vero, è stato puntuale, preciso ed attento. Alla conferenza, infatti, i Democratici di sinistra ci sono arrivati con le idee chiare – per quanto riguarda gli aspetti legati alla governance, ovviamente, quelli che concernono la sfera politica saranno, come è giusto che siano, legati alle sorti della imminente stagione congressuale – maturate sul campo, attraverso incontri sul territorio, workshop tematici ed il dispiegamento delle loro migliori energie e risorse. Davvero un bel lavoro, che ha prodotto una serie di documenti, fra cui la relazione del segretario regionale Piero Lacorazza, precisi e dettagliati, nonché lungimiranti e puntuali nella loro vocazione progettuale.
            Le conclusioni dei lavori dell’appuntamento organizzato dai Ds lucani sono state affidate al segretario nazionale del partito, Piero Fassino appunto. E nel suo intervento, il leader della Quercia non ha solo parlato di progettualità e programmazione, ma anche, come era facile aspettarsi, delle nuove sfide politiche che attendono i Ds.
            Dei primi aspetti non voglio parlarne qui, anche perché, personalmente, ho sempre apprezzato e stimato la capacità di governance che nei diversi contesti gli uomini dei Ds hanno dimostrato di possedere. Vorrei, invece, concentrarmi sulle connotazioni più squisitamente politiche contenute nel discorso di Piero Fassino, e, in special modo, su quelle legate al nascente Partito Democratico.
            Ho già detto, nel mio articolo precedente, di quelle che secondo me sono solo ragioni pretestuose addotte a sostegno dell’esigenza della nascita del Pd come unione delle forze politiche progressiste. Ma in tutto il discorso che Fassino ha tenuto sabato dal palco del Teatro Duni di Matera, quello che maggiormente m’ha colpito è stato il suo tentativo – non so se frutto della sua ars politica o figlio di una reale condizione – di convincere tutti i presenti della “necessità” di fare il Partito Democratico. Nelle parole del segretario nazionale, il nuovo soggetto politico non diventava solamente un progetto giusto e nobile da perseguire, non era una strada che bisognava intraprendere se si voleva ottenere determinati risultati. No, nulla di tutto ciò. Il Pd era presentato, nelle parole di Fassino, come l’unica via percorribile, il solo ed unico processo che si potesse perseguire, un obbligo, quasi una questione di vita o di morte per i militanti di quello che fu il maggiore partito comunista d’occidente e che, ancora oggi, è uno dei maggiori soggetti di sinistra in Europa.
            Ora, io potrei anche capire che chi lo vuole lo ritenga cosa buona e giusta; ma spingersi fino ad affermare che il Pd è la sola via che attenda la sinistra italiana alla luce degli accadimenti mondiali ed europei, è, quantomeno, un po’ presuntuoso? Non vi pare?
            Oddio, presuntuoso il Partito Democratico lo è già a partire dal nome, quasi a dire che gli altri non lo siano o potrebbero non esserlo davvero, democratici intendo. Un po’ sull’onda di un’altra situazione eccessivamente pleonastica della nomenclatura partitica – ed alla quale i supporter del Pd nostrano non fanno mistero di ispirarsi – qual è quella americana. Oltre oceano, infatti, siamo di fronte ad un caso particolare, dove si scontrano (o si incontrano) due soli partiti nei rush finali con due nomi che sono tutto un programma: Democratico e Repubblicano. Quasi che l’essere dell’uno escludesse implicitamente la seconda possibilità e viceversa. Entrambi i due termini, per entrambe le formazioni, sono un obbligo costituzionale, e non sarebbe necessario evocarli nel nome, ma tant’è.
            La realtà che ha condotto a quei due nomi la sappiamo tutti no? Non sapevano come chiamarli, ed allora hanno tirato fuori i due aggettivi più politically correct che avevano. E perché non sapevano come chiamarli? Perché dietro a quelle due realtà politiche non vi era nessuna tradizione consolidata, nessuna derivazione ideologica, nessuna connotazione storica e sociale. Avevano sicuramente progetti grandi ed ambiziosi i loro fondatori, ma non sapevano, né potevano, riconoscere il loro patrimonio e la loro storia. Ed in America non poteva essere diversamente, questo anch’io lo capisco.
            Ho paura invece che in Italia quell’aggettivo democratico serva proprio e solo a coprire e nascondere la storia; anche qui lo si intende politically correct per superare le divisioni che nel passato hanno contrapposto le due realtà principali che dovrebbero domani andarlo a comporre. Anzi, avevo paura che fosse così, oggi, dopo aver ascoltato Fassino, sono sicuro che è così. Il segretario nazionale dei Ds, infatti, ha fugato ogni mio dubbio quando ha detto che: “se qui con me a parlare su questo palco ci fosse Letta, uno che proviene da ben altra tradizione rispetto alla mia, scoprireste che abbiamo in comune la stessa visione e la stessa idea sul futuro del nostro Paese e sulle scelte da attuare, sulle priorità da perseguire. E scoprireste, inoltre, che a dividerci non è il cammino che dobbiamo intraprendere, ma la storia che fin qui ci ha condotti”.
            Giusto Fassino, ma non solo con ciò hai confermato le mie paure, non hai nemmeno chiarito perché sia necessario il Pd. Non basterebbe solo una Unione, una federazione, un’alleanza? E’ proprio necessario fare un partito unico? Sei sicuro?
            Un ultimo accenno alla questione della storia divisa e del percorso comune. Io forse vedo fantasmi ovunque, ma il convegno dedicato all’iconografia della propaganda politica fra il 1945 ed il 1975 che si terrà nella Sala conferenze della Camera dei Deputati mi sembra costruito ad hoc. Forse che qualcuno vuole, con quello, mettere in farsa le differenze, rileggendole alla luce delle immagini della propaganda, per giungere alla conclusione che “poi alla fine eravamo tutti uguali”? Ripeto, questa è solo, forse, una mia visone eccessivamente dubbiosa, ma è altrettanto vero che da un po’ di tempo i discorsi che vogliono condurre al Pd tendono a mettere alla berlina le differenze.
            Chiarisco subito, io passo sopra al passato e non ho blocchi ideologici in tal senso. Ma una cosa è allearsi con gli altri per un obiettivo comune, facendo della diversità una ricchezza, altra è cancellare le differenze per unificare e amalgamare tutto in un brodo indistinto ed indistinguibile. Sempre sabato Fassino, parlando di integrazione, ha ricordato che non si può semplicemente “mettere due persone in una stanza e dire da oggi state insieme, ma va creato un percorso di condivisione che tenga però sempre presenti le diversità, senza annullarne, ma costruendo su di esse e valorizzandole”: appunto, Segretario.
            Vorrei concludere questo mio intervento, ricordando ancora le parole del segretario Ds a Matera. Nel condannare la resistenza di chi non vuole andare verso il Pd, Fassino ha affermato che “certo quando si cammina un solo piede tocca a terra, e non due, e si è perciò meno stabili. Ma non per questo, per mantenere la propria stabilità, si sta fermi e non si inizia a percorrere una strada”. Hai ragione segretario, ma non hai mai pensato che chi si oppone al progetto del Partito Democratico non lo fa perché ha paura di “camminare”, ma semplicemente perché non ritiene sia quella la strada da percorrere?
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