Sempre lesti a condannare l’immigrato

            Buongiorno a tutti,
            oggi sarò breve. Non voglio eccessivamente dilungarmi su una questione che fa solo male alla nostra ormai sempre più malata società italiana. Erba, nel bresciano, una ridente e tranquilla cittadina ed un delitto dal film dell’orrore: tre donne ed un bambino uccisi e dati alle fiamme, un anziano signore che si salva per miracolo. Atroce, tremendo, terribile. Gli aggettivi si sprecano per definire lo sconforto ed il dolore che si prova dinnanzi a notizie del genere. Ma, come credo avrete già capito, non è dell’orrido crimine che voglio parlare oggi.
            Quanto piuttosto dell’insana quanto celere capacità dell’informazione e dell’opinione pubblica di scagliarsi nella condanna al consolidato stereotipo dell’eventuale assassino: immigrato, spesso clandestino, meglio ancora se islamico o slavo. In questo caso la condanna preventiva sullo stereotipo è stata per così dire facilitata dal fatto che in quella casa un immigrato vi abitava. Era il marito, il genero ed il padre di tre delle quattro vittime (la quarta era una vicina richiamata lì, insieme col marito ora in gravi condizioni, dalle urla dei malcapitati). E’ per di più era tunisino e da poco uscito grazie al tanto contestato indulto.
            Un cocktail prelibato per chi nutre la sua vita di populismo e facili condanne del diverso. Tutti i giornali (tutti nessuno escluso, e se qualche esempio illuminato c’è stato è dovuto forse più al caso che ad una logica editoriale votata alla prudenza) ed i tg hanno titolato la notizia con un bel “Immigrato tunisino uccide figlio, moglie e suocera. Era fuori grazie all’indulto; vittima della follia anche una vicina di casa” o con altri attacchi simili. Peccato però che in tutto questo titolo di vero ci sia solo il fatto che il soggetto accusato è, oltre che congiunto delle vittime, tunisino e fuori per l’indulto. Perché, infatti, il “già mediaticamente condannato” colpevole, al momento del crimine si trovava in Tunisia. Chi ripagherà quest’uomo dell’essersi sentito accusato di un crimine tanto atroce? Certo, per essere da poco uscito dal carcere il soggetto non era in odore di santità, ma essere accusato di aver ucciso suo figlio non è la stessa cosa di andare in galera per spaccio. Purtroppo però nessun giornale farà ammenda per quanto è successo e ciò, ahimè, non servirà da lezione per il futuro. Mi meraviglio di come non ci sia stata, nel breve lasso di tempo trascorso fra il fatto e la scoperta della verità, un’interrogazione parlamentare a riguardo, magari prendendo spunto proprio dalla questione dell’indulto. Tanto più che il delitto è maturato nella provincia lombarda, nell’humus culturale ed elettorale della Lega. Un’interrogazione degli uomini del Carroccio l’avrei infatti ben vista, come ci fu a suo tempo per i misfatti di Novi Ligure.
            Anche lì molti parlamentari (soprattutto di destra) furono pronti a condannare l’intera categoria degli immigrati slavi, come quelli immaginari su cui Erika voleva far ricadere le colpe del crimine. Quando poi si scoprì la realtà, l’orribile e incredibile verità che si celava dietro tanta violenza, quando si seppe che a macchiarsi di quel delitto fu Eirka, aiutata dal suo fidanzatino e complice Omar, la figlia e la sorella delle vittime, nessuno chiese pubblicamente scusa all’intera categoria degli immigrati slavi per la condanna preventivamente emessa.
            E la ragazzina che qualche mese fa accusò un ragazzo marocchino d’averla stuprata? Ricordate: il giorno dopo si seppe che era tutta un’invenzione della ragazza, in realtà appartatasi per amorosi afflati con un suo coetaneo e capace di inventare tutta quella messa in scena per paura di essere stata scoperta. Non condanno la ragazzina, proprio perché tale. Condanno però la sottocultura qualunquista e populista di cui la stessa era pervasa. Non esitò minimamente a condannare un ragazzo sconosciuto, visto al bar e da lei ricordato solo perché lui indossava una maglietta appariscente. Non esitò perché sapeva che sarebbe stata creduta subito: il ragazzo era marocchino, con ogni probabilità immigrato da poco data la sua età, quasi sicuramente islamico, e se era fortunata anche clandestino. Lo stereotipo per eccellenza, il colpevole ideale di un crimine tanto brutale e capace di offendere la dignità della società civile: lo stupro di una ragazzina.
            Quel ragazzo fu preso, fermato dalla polizia, interrogato (credo anche da qualcuno malmenato, ma non ho elementi per dirlo), messo alla gogna per un crimine mai commesso. Fosse successo a me, mi sarei sentito morire. Ed il giorno dopo, quando si seppe della sua innocenza, quando la ragazza confessò d’aver mentito, non ricordo d’aver letto titoli di giornale che chiedevano scusa a quel giovane per averlo condannato senza giudizio.
            Si avete ragione, vi avevo promesso che non mi sarei dilungato. E’ solo che questo nostro popolo italico mi fa “incazzare” (e scusate il francesismo). Siamo sempre pronti alle condanne di piazza, ai linciaggi. Siamo sempre pronti a credere più agli stereotipi che alla realtà accertata dei fatti. Siamo sempre troppo lesti a condannare l’immigrato che commette un crimine, sempre rapidi nell’inveire contro chi è sospettato di qualcosa prima di sapere se è colpevole o meno. Il processo e la condanna di piazza sono in Italia una caratteristica purtroppo onnipresente lungo la Storia: dai fatti di Erba a quelli di Novi Ligure, per arrivare (perché il fenomeno è tanto radicato che va al di là dei casi legati agli immigrati) a Tangentopoli, e passando per i tanti processi in tv.
            Siamo sempre pronti, come dicevo poc’anzi, a condannare pubblicamente, e senza attendere verdetti, chi offende la nostra dignità pubblica, la decenza della nostra società civile; ma, mi chiedo, questa dignità comune, questa pubblica decenza, non è mai offesa dal sentirsi colpevole d’accusare d’orrendi crimini un innocente?
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