Fatto trenta…

            Buongiorno a tutti,
            la notizia che Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani sono indagati dalla Procura di Roma con l’accusa di “diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” è di quelle storiche per il nostro Paese. Già, non tanto perché l’accusa viene mossa ai due autori del film/inchiesta sui presunti brogli elettorali delle scorse politiche dal titolo “Uccidete la democrazia!”. Nemmeno per la diffusa condivisione dell’accusa da parte dell’opinione pubblica – che anzi, come sempre in vicende simili, si è nettamente divisa. E neanche perché la Procura di Roma e la “Magistratura Rossa”, come più volte definite dal centro destra, ha indirettamente difeso Berlusconi e la Cdl dalle accuse di Deaglio.
            Quello per cui tale notizia assurge al rango di pietra miliare delle vicende italiche è un altro aspetto. Le accuse a Deaglio e Cremagnani fanno dell’Italia un paese normale. Che siano condivise o meno, che siano o non siano giuste, queste accuse sono l’ultimo lembo a cui s’appende la normalità civile e civica del Bel Paese.
            Ed infatti in un Paese normale, se qualcuno accusa qualcun altro di qualcosa, la Giustizia od indaga il secondo nel merito delle accuse del primo, od accusa il primo per diffamazione del secondo. Tertium non datur. Purtroppo spesso, quasi sempre, in Italia è stato proprio quel tertium ad essere il principio più seguito. L’Italia è la Nazione della via di mezzo, ma più che ricercare in ciò l’essenza della virtù, come ci consiglia Aristotele nell’Etica Nicomachea (in medio stat virus), l’italica schiatta in essa ha sempre ritrovato il giusto peso del compromesso.
            Come dire: né l’uno, né l’altro. Una via di mezzo motivata dalla necessità di trovare una soluzione che non scontenti nessuno, capace di tenere buoni tutti i protagonisti e gli antagonisti in tutte le vicende della storia della nostra Italia. E così, tra un rimpallo ed un altro, la Nazione è divenuta la Patria degli uomini di centro. No, non di quelli – o meglio, non solo – che siedono nel mezzo degli emicicli parlamentari, ma di quelli, la quasi totalità degli italiani, che su qualsiasi questione assumo una posizione di equidistanza rispetto alle ipotesi, alle soluzioni, ai contendenti.
            Di più. In Italia infatti è nato (coniato da Andreotti ma ripreso e rivalutato anche in questa legislatura da D’Alema) il concetto della “equivicinanza”. Che è molto più politically correct – ma nella versione nostrana del volemose bene – di quello dell’equidistanza. Anche molto sentimentale rispetto all’altro molto più asettico.
            Noi italiani, forse brava gente proprio perché amici di tutti, con il concetto di equivicinanza intendiamo sostenere la possibilità di essere in un rapporto di empatia con tutte le parti contendenti in una qualsiasi questione. Il contrario, ovviamente, dell’equidistanza, che, come nel primo caso, comporta sì il non schierarsi apertamente con nessuna delle due posizioni, ma mantenendo una freddezza quasi mitteleuropea o anglosassone rispetto ad entrambe. Molto più asettica, ma molto più limpida ed onesta: non mi schiero perché non condivido nessuna delle due ipotesi, non perché “siccome voglio bene a entrambi o perché non voglio addolorare nessuno, vi abbraccio ma non vi sostengo”.
            E ch’amma fa. Questa è la nostra Italia, da sempre. Ma, ripeto, nell’indagine avviata a carico di Deaglio e Cremagnini vi è un lampo, una luce di speranza di una rinascita etica della nostra Nazione, di un nuovo risorgimento morale degli italiani. In questo quasi affaire Dreyfus all’incontrario, capace di risollevare le sorti civiche della Nazione, scorgo l’alba di un possibile nuovo sentire comune. Un sentire chiaro, deciso, preciso, inequivocabile, concreto: in una parola, serio.
            Finalmente si affronta un caso con implicazioni politiche e giudiziarie in maniera decisa. Di fronte alle accuse di due giornalisti rivolte ad una ben precisa parte politica di brogli elettorali – il crimine peggiore per la democrazia di cui può essere accusa una parte politica, non un “affarucolo” da nulla da poter prendere sotto gamba –, come ebbe a notare qualche giorno fa Michele Serra su “La Repubblica”, le scelte della magistratura sono obbligate: od indaga sulle presunte irregolarità elettorali, o denuncia i due accusatori per diffamazione. Non ci sono altre possibilità od alternative. La Giustizia dello Stato deve fare il suo dovere, assumersi le sue responsabilità dinnanzi al caso. E con questa accusa a Deaglio e Cremagnani la Procura di Roma lo ha fatto; giusta o sbagliata che sia la scelta degli inquirenti.
            Ora però mi viene spontanea un’osservazione: fatto trenta perché non si fa tent’uno? Il primo a parlare di presunti brogli elettorali – e molti della sua parte hanno continuato anche durante lo svolgersi di queste ultime vicende – è stato Silvio Berlusconi. Ergo, secondo quanto detto qui sopra, ora alla Giustizia si aprono due strade: o verificare le ipotesi del presidente di Forza Italia, oppure accusare Berlusconi di “diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, con la non trascurabile aggravante che al momento delle dichiarazioni, il dichiarante era il Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, il che dava alle sue accuse un diverso manto di credibilità rispetto a quelle lanciate da due giornalisti. Anche in questo caso, stando alla logica, tertium non datur.
            Ma perché ciò accada, questa dovrebbe essere una Nazione realmente “normale”. 
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