E se l’invitato rifiutasse la cortesia?

 Buongiorno a tutti,
            leggevo l’altro giorno della probabile proposta di nuovo statuto del Partito Socialista Europeo, che la stessa presidenza del Pse avanzerà durante il congresso della formazione politica, in programma a partire dal prossimo 7 dicembre ad Oporto. Il testo della proposta, stando a quanto riportato da alcuni giornali, prevederebbe un allargamento del Partito Socialista Eupoeo oltre che alle forza politiche del continente di ispirazione “socialista, socialdemocratica e laburista” anche ai soggetti politici “democratici e progressisti”. Detta così, nulla questio. Sembrerebbe normale, infatti, che le forze politiche che hanno diritto di cittadinanza nel Pse siano, oltre che socialiste, socialdemocratiche e laburiste, anche democratiche e progressiste; e non potrebbe essere altrimenti.
            Però, siccome gli stessi giornali che riportano la notizia del possibile cambio di statuto nella definizione delle forze politiche partecipanti al Pse ci informano che il testo della prossima proposta ha visto nella stesura la partecipazione di Piero Fassino, la cosa assume un aspetto diverso.
            La partecipazione dell’esile piemontese, infatti, da’ al tono di quelle parole un significato diverso. Non si tratta tanto di “assicurarsi” che chi partecipa al Pse sia anche “democratico” e “progressista” – aggettivi che in una forza socialista divengono sostantivi –, quanto piuttosto di consentire a quelle forze politiche che si chiamano “Progressiste” o “Democratiche” di entrare a far parte della famiglia socialista.
            Fin qui, in ogni caso, potrei anche starci. Anche se – ma è solo un mio punto di vista – socialisti si è nel nome e nei fatti, ed i due aspetti sono – sempre a mio parere – inscindibili. Comunque, ripeto, sono punti di vista e non credo che i vertici del Pse prenderanno mai in considerazione, le mie parole o quanto scrivo.
            Ciò detto, quello che invece mi lascia perplesso è invece tutto l’entusiasmo dimostrato dallo stesso Fassino rispetto a questa proposta di allagamento della partecipazione al Pse. Il leader della Quercia, infatti, non ha minimante nascosto la sua soddisfazione per il fatto che “al congresso del Pse siano stati invitati Romano Prodi, Francesco Rutelli e Howard Dean, il presidente del Partito democratico americano” (da “L’Unità” del 9 novembre 2006).
Io, invece, non ci vedo nulla di eccezionale: per due motivi.
            Primo, invitare altri esponenti politici ad un congresso è una prassi consolidata e fa parte di quel bon ton non scritto della politica. Anche perché, come lo stesso Piero Fassino ricorda, i magnifici tre che lui cita “sono stati invitati”, non hanno mica chiesto loro di partecipare.
            Secondo: ma quando mai il problema della partecipazione del Partito Democratico al Pse – vero nocciolo della questione, trattato negli articoli e nelle dichiarazioni a cui facevo riferimento poc’anzi – si è posto nei termini di una volontà di chiusura rispetto al nascente soggetto politico da parte della formazione socialista continentale? Rutelli e Parisi, come anche Romano Prodi, non vogliono entrarci nel Partito Socialista; punto. A loro non interessa minimamente se, per statuto dello stesso Pse, possono o meno: non vogliono. E lo hanno anche detto a chiare lettere.
            Aprire alla possibilità di una loro entrata è un atto sotto alcuni punti di vista anche nobile da parte della dirigenza del Pse, ma non risolverà la querelle italica. I “fiorellini” di Rutelli, così come, peraltro, gli ultraulivisti di Parisi, al solo sentire la parola “socialista” sono assaliti da tremolii e fremiti, con stati di ansia e panico. Ed hanno anche ragione. Anch’io alla prospettiva di entrare a far parte di un Partito Democratico Cristiano Europeo sarei assalito da tutti i sintomi delle malattie esantematiche contemporaneamente.
            Sono culture diverse ed è giusto che, in alcuni casi, siano contrapposte. Perché un conto è far parte di una “coalizione” politica tesa al raggiungimento di un risultato elettorale e basata su di un programma di governo fatto di azioni concrete e definite, comune e condiviso; altro è essere parte di uno stesso “partito” politico, condividendo ideali, ideologie e quant’altro. Si tratta di due cose molto diverse; e difficilmente dalla prima può discendere e derivare la seconda.
            Quello che però ora mi chiedo è cosa succederebbe se l’invitato rifiutasse la cortesia? Perché – è solo un’opinione, ma come tutto il resto dell’articolo, naturalmente – io sono convinto che una volta inoltrato l’invito il destinatario rifiuterà con decisione e diserterà la cerimonia. Fuor di metafora, anche se il futuro congresso del Pse consentirà l’adesione al partito delle forze, genericamente, “democratiche e progressiste”, io credo che i rutelliani e i superulivisti dei DL non accetteranno comunque di entrare nel Pse, e quindi, come logica conseguenza, non acconsentiranno mai a che il nascente Pd ne possa far parte.
            Capisco che questa rappresenti per Fassino anche una presa di tempo ed un modo per allentare la tensione all’interno dei Democratici di Sinistra, peraltro testimoniata dalla volontà di far slittare al 18 dicembre, dopo il congresso di Oporto, il consiglio direttivo nazionale della Quercia previsto nei primi giorni del mese, sperando così di rassicurare la sinistra interna circa l’adesione alla casa europea socialista del futuro Pd.
            Però, anche qui, mi viene un dubbio e mi sorge una domanda. Per quanto riguarda il primo, dubito fortemente che questo piccolo passaggio di Oporto possa costituire una qualche garanzia per Salvi, Mussi, Bandoli, Spini e gli altri. Semplicemente perché credo che le riflessioni di cui sopra le abbiano fatte anche loro.
            La seconda, invece, è questa: che figura farà il Segretario Nazionale della Quercia – il più grande partito di matrice socialista in Italia ed erede del più grande Partito Comunista occidentale; non è mai superfluo ripercorrere la Storia – se la Margherita rifiuta l’invito? Credo che in questa operazione Fassino stia investendo molta della sua credibilità e della sua immagine, anche e soprattutto, nei confronti della sinistra interna e degli esponenti del Pse. Se quanto di cui prima dubitavo dovesse avverarsi, il “grissino” torinese avrà non poche cose di cui render conto all’ombra della Quercia.
            Anche perché quando le cose vanno male, non si sciolgono i partiti; semmai si cambiano le dirigenze. Pure questa è solo una personale opinione, sebbene credo che io non sia l’unico a sostenerla.
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