Altro che Paradiso per gli operai

Buon giorno a tutti,
            da un’indagine del Censis emerge che in Italia la mobilità sociale si va fortemente rallentando. Secondo l’Istituto di statistica, le classi borghesi professionali ed intellettuali hanno visto andamenti discendenti in questi ultimi anni.
            Solo il 21,9 % degli italiani, secondo l’indagine, ha visto progredire la propria posizione rispetto alla collocazione dei genitori operai; ben il 40,8 % si colloca invece nella stessa classe occupazionale dei padri e di questi il 20,6 % rimangono all’interno della classe operaia. C’è poi un altro 12,2 % che si è mosso all’interno delle varie classi intermedie della piccola borghesia agricola ed urbana e della classe media impiegatizia.
            Ora, non è un mistero per nessuno che la ragione principale di questo stato di cose è da ricercarsi nelle diverse possibilità di accesso alle opportunità formative. Se la Costituzione garantisce per tutti il diritto all’istruzione, c’è da dire che la formazione era e rimane in Italia un beneficio per accedere al quale bisogna appartenere all’élite. L’indagine Censis a cui facevo riferimento prima conferma anche questo dato, mostrando che fra gli studenti universitari la sproporzione fra le classi d’origine è ancora accentuata, ed i figli della borghesia sono più rappresentati negli atenei dei figli degli operai. Tradotto in numeri, significa che il 18,1 % dei figli della piccola e media borghesia accede alla formazione universitaria contro appena il 4,1 % dei figli della classe operaia.
            Come dire: la classe operaia non va più in Paradiso.
            Solo quella operaia però, perché, sempre nella stessa indagine Censis si evince che l’unica classe di popolazione italiana che in questi ultimi anni sembra aver tutelato e, in molti casi, migliorato la posizione delle generazioni successive rispetto alle precedenti è quella borghese imprenditoriale. Che strano, una vera coincidenza che questo “particolare” fenomeno sia avvenuto sotto il quinquennio (per fortuna non ventennio, anche se a quello somigliava molto nei modi) Berlusconi, lo stesso (non lo ripeterò mai abbastanza) che accusava la sinistra di voler considerare uguali i figli degli operai ed i figli dei professionisti! Che roba Contessa…
Da questa indagine, appare necessario intervenire subito sul sistema formativo in senso democratico, favorendone l’accesso alle classi meno agiate. Un meccanismo che si potrebbe realizzare facilmente, abolendo i sussidi alle scuole private (secondo la logica che se avete i soldi aprite le scuole altrimenti amen, e non è casuale la chiosa) e utilizzandoli per “democratizzare” il sistema scolastico e formativo statale.
In questo scenario, inoltre, ancor meglio si situano i tentativi fatti da questo governo di liberalizzare l’accesso alle professioni che sta creando tanto scalpore.
Ma il decreto Bersani non è senza colpe. Apro e chiudo a riguardo una piccola parentesi. Pur non condividendo la protesta dei tassisti, soprattutto nei modi e nei toni vetero fascisti del “boia chi molla”, e pur sposando l’idea di liberalizzazione delle licenze, c’è da dire che il decreto Bersani si poteva un po’ migliorare. Anche perché non riesco a vedere la ragione per cui l’istituzione dell’agente plurimandatario per le assicurazioni viene procrastinata al 2008 e la liberalizzazione del mercato dei taxi parte dal primo momento. I tassisti non sono operai, sono lavoratori autonomi, certo, ma non credo che si possano definire imprenditori (anche se negli ultimi anni, gli stessi anni di cui prima, chiunque non fosse dipendente in senso stretto si è pomposamente definito “imprenditore”, in linea con il Sire di Arcore. Oggi questa definizione, ci si accorge, sta un po’ stretta, ma questa è un’altra storia). E poi, questa è gente degna di rispetto, che lavora anche 12/16 ore al giorno in una macchina nel traffico sotto il sole d’estate ed al freddo d’inverno. E’ gente che (lo sappiamo tutti, e lo sanno anche quelli che hanno redatto il decreto Bersani), sebbene non ufficialmente, acquista le licenze pagandole anche 100/200 mila euro e le vende, a fine carriera, garantendosi un piccolo gruzzolo, una sorta di “Tfr” per autonomi. Si poteva (la butto lì, io non sono certamente un tecnico), ad esempio, prevedere un tempo più lungo per l’entrata in vigore della riforma per questa categoria, diciamo uno o due anni. Nel frattempo, bloccare l’accesso di nuovi “competitor” (secondo un termine di moda) nel settore, in modo da consentire agli ultimi entrati di “rifarsi” un po’ delle spese e, a tutti, di mettere a punto strategie per il futuro. Poi, magari anche proprio grazie alle maggiori entrate nelle casse dell’Erario dovute alla riforma sulle professioni ed al controllo sull’evasione fiscale, pensare alla possibilità di una sorta di risarcimento per l’acquisto della licenza sostenuto in passato. Come? Beh, non direttamente, è ovvio. Si sarebbero potuti immaginare dei finanziamenti concessi per l’innovazione tecnologica, un sistema per la facilitazione dell’accesso al credito per l’acquisto di nuove auto, la possibilità, per i detentori di vecchie licenze, di “caricare” due o tre auto, tipo piccola impresa. Si poteva, soprattutto, invitare alla discussione le associazioni di categoria e spiegare loro la bontà del provvedimento recependone, al contempo, indicazioni e suggerimenti.
Si poteva, ripeto, dar corso al decreto per i tassisti a far data dal primo gennaio 2008 e per il mercato assicurativo da subito…o avrebbe dato fastidio a Mediolanum e Unipol? 
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