In questi giorni, capita un po’ a tutti di leggere articoli e riflessioni sulla crisi dell’auto. I dati sono veramente allarmanti: in Europa, il calo delle immatricolazioni nell’ultimo mese utile per le rilevazioni, novembre 2024, segna un complessivo -2%. Nel dettaglio dei singoli Stati, come riporta Giuliana Ferraino sul Corriere di venerdì scorso, i numeri sono ancora più impressionanti: tra i mercati maggiori per il settore, l’Italia si attesta a -10,8%, la Francia addirittura -12,7%, con la Germania che tiene appena sotto la linea di galleggiamento, -0,5%. Alla crisi di vendite non fa argine l’elettrico, che, nello stesso periodo, si contrae mediamente del 9,5%, con cali del 24,4% in Francia e del 21,8% in Germania.
Colpa delle produzioni in arrivo da altri Paesi? Direi di no, perché calano proprio le immatricolazioni tutte, che siano di auto tedesche, italiane, giapponesi o coreane. Nel riflettere sulle possibili cause, sempre sul Corriere, Luca Angelini si chiedeva se il motivo non fosse da ricercare nei prezzi troppo alti. Ed è sicuramente un tema vero, soprattutto in Italia, visto che quei prezzi salgono e i salari ristagnano. Però, crollano gli acquisti persino in Germania, e lì gli stipendi sono decisamente più generosi. Il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, leggeva in quella contrazione di mercato anche il risultato di questioni ideologiche, dall’ambientalismo a un diverso stile di vita delle nuove generazioni. E pur stando lontano dal tono quasi accusatorio verso chi non vede nell’automobile l’architrave della propria esistenza, va detto che una qualche ragione c’è: se un prodotto è meno attraente sul piano simbolico, meno ricercato, il mercato ne risente. Però, un dubbio mi rimane, e mi chiedo: e se fossero semplicemente troppe?
Ho provato anche qui a cercare i dati, per sostenere l’impressione empirica: in Italia (rilevazione al 2023, fonte Istat), ci sono 694 autovetture ogni mille abitanti, contro una medie UE di 571. Sette macchine ogni dieci esseri umani, due per ciascuna famiglia di tre persone. Quante ne dobbiamo avere, per sostenere quel settore produttivo. L’automotive è stato il comparto simbolo dell’industria novecentesca, prima e (in Italia soprattutto) dopo il secondo conflitto mondiale. Ma allora c’erano Paesi interi da “motorizzare”, oggi non è più così. Certo, le macchine invecchiano e vanno cambiate, però quel ritmo di sostituzione non può essere frenetico come servirebbe, semplicemente perché un’auto, dopo averla comprata, la si usa; e le occasioni sono sempre di meno, proprio per gli stili di vita che cambiano, e le alternative, fortunatamente, sempre di più.
Poi, per carità, se dobbiamo portare quel rapporto a una macchina per ogni persona, bambini compresi, o ancora più in alto, fate voi. Solo che, come dire, non credo che sia la strada giusta. E lo so che adesso penserete che non mi stia preoccupando di quanti in quel settore lavorano, ma non è così. Dovremmo pensare a una riconversione generale, di fabbriche, reti di vendita e officine per la manutenzione, e allo stesso tempo della mobilità collettiva e individuale e degli strumenti per garantirla e attuarla.
In alternativa, possiamo fare come quanti girano le sagre per cercar voti, spiegando, tra un panino e un comizio, che la colpa è dell’Europa, dei cinesi, di Tavares, delle Ztl, delle auto elettriche (Tesla no, per carità, ché gli amici non si toccano), eccetera, eccetera, eccetera. Magari, si vincono pure le elezioni, non sapendo il giorno dopo cosa fare per risolvere i problemi che si denunciavano, se non tornare nelle stesse piazze e ricominciare il medesimo salmodiare, in un circolo vizioso i cui risultati sono quelli che contiamo e scontiamo.