«Negli ultimi sei mesi di vita, l’assicurazione ha deciso di smettere di pagare insulina, medicinali, garze, batterie, tutto quello che le serviva per le terapie – ha raccontato Jacob -. Solo quando è morta, nemmeno il giorno dopo ma la mattina dopo, ho trovato un pacco davanti a casa con tutto quello che avrebbe dovuto ricevere. Era troppo tardi». È una delle testimonianze, delle storie drammatiche di cure negate dal sistema assicurativo americano raccolte nell’articolo di Nadia Ferrigo, qualche giorno fa per la Stampa, partendo dai commenti social (spesso non edificanti), all’uccisione del Ceo della Unite Healthcare, Brian Thompson. Il presunto colpevole dell’omicidio, già arrestato, è il ventiseienne Luigi Mangione. Della giustizia si occuperanno i tribunali, della cronaca i giornali più attenti e puntuali di quanto possa essere questo spazio.
Sono i giudizi espressi nel pulviscolo delle connessioni in rete a esser qui fonte di riflessione. Non rendono giustizia dell’accaduto, e molti di questi sono censurabili, se non proprio esecrabili. Le storie che in alcuni di questi sono contenute, i drammi umani e personali, una qualche idea su quel che succede dovrebbero spingere a maturarla. Uccidere una persona a sangue freddo è un crimine che rimane tale. Eppure, dai primi minuti dopo la diffusione della notizia, il killer, allora senza nemmeno un volto, da imputato è immediatamente assurto, nel rumoreggiare di migliaia di account d’Oltreoceano, al rango di eroe popolare. Circostanza che dice due cose, a parer mio, sullo stato di quella società: che il modello bassato sulla sanità sostenuta quasi esclusivamente dalle polizze, e per profitto, mostra la corda ormai da decenni (con rancori sempre crescenti, vista la sensibilità dell’argomento), e che l’atomizzazione individualistica americana, dove si è celebrati unici nel trionfo e lasciati soli nella caduta, immagina più facilmente la reazione individuale contro i colpevoli che non la risposta collettiva per la soluzione di un problema.
Tutte e due aspetti che dovremmo cominciare a vedere con preoccupazione pure da questa parte di quell’oceano d’Occidente. La progressiva riduzione delle risorse per il sistema sanitario – che potrebbe crescere, se davvero si perseguisse fino alla pratica l’idea di incrementare gli stanziamenti in armi dei Paesi europei – spinge verso il sistema assicurativo. Ma le assicurazioni, per costituzione, non sono opere pie, e la ricerca del guadagno sarà sempre un aspetto prioritario del loro agire. E se un giorno può sembrarci interessante e di poco danno, integrare le capacità della sanità pubblica con un’alternativa tradotta in premio da qualche istituto, il successivo potremmo scoprire che quest’ultima via è l’unica rimasta, e non è detto che si abbia ancora la capacità finanziaria personale per imboccarla.
Il secondo aspetto, come accennavo, riguarda le nostre società. Lo scivolamento progressivo in una sorta di egoismo individualista dato dall’indisponibilità a lottare con e per un vicino che non ci piace (con le più diverse motivazioni del giudizio), smontano progressivamente la capacità di agire insieme per un obiettivo condiviso, come può essere appunto l’incremento dei fondi destinati al sistema sanitario nazionale.
A quel punto, non rimane che la rabbia solitaria per la propria condizione e la ricerca disperata di un volto da dare alla sete di responsabilità per il vissuto malessere.