Sulla mia patria non tramonta mai il sole

Eccoci di nuovo qua, dopo la lunga pausa estiva che questo spazio si è concessa, nel primo giorno d’autunno. Parlare di sole che non tramonta nella stagione in cui s’accorcia il tempo in cui ci è dato vederlo può esser solo principio di nostalgia. Ma è una riflessione che esula dal periodo, credetemi, e che va prendendo forma nel mio modo di guardare il mondo da diversi anni ormai: cos’è questa patria di cui tanti parlano? Quale luogo dovrei elevare a ciò? E perché uno e non l’altro?

Una domanda che non nasce solo dal fatto che, con tutti i connotati che a quel concetto son dati, non saprei di preciso quale così chiamare. Gli avi delle mie genti ne scoprivano una su lidi d’Atlantico, in cui trovar pane e dollari per crescere i figli, mentre i loro padri ne avevano un’altra che oggi non c’è più. Alcuni nati dove son nato io difesero quella italiana sulle Alpi orientali, probabilmente perché i loro figli fossero spregiativamente chiamati «terroni» dagli abitanti di quei posti. Nel secondo dopoguerra furono panorami tedeschi, elvetici o valloni a offrirne una, e mio figlio ha respirato la sua prima aria e mosso i suoi primi passi lontano da dove viviamo almeno quanto lo era la Nuova Castiglia dal palazzo di quel Carlo V d’Asburgo con le cui parole tramandate il titolo di questo post gioca. Perché, se dovessi sposare un’idea di patria, dovrei anche darle i confini che avete deciso? Perché dovrebbe essere il primo pezzo di terra su cui, per un semplice caso, s’è posato il mio sguardo? E perché non potrebbe essere quello che ho più ammirato o in cui, a cent’anni da qui, quello stesso sguardo si spegnerà?

La terra, poi. È una suggestione forte, per l’anima mia, che fu di tradizione contadina. Ma il cuore, che ancora è cafone, sa quanto la terra sia di chi la possiede; gli stessi pronti a dirla retoricamente «nostra», ogni volta che per questa ci sia da morire ammazzati, e sempre lesti a ribadirla loro, se si dovesse mai discutere di dividerla.

Per una lingua che si può imparare o dimenticare? Per una cultura che si può apprendere almeno come respingere? Per cosa le mie gambe dovrebbero rinunciare alla loro dimensione e funzione e farsi radici, per ancorarsi e star ferme. Tradendo così, forse davvero e nel modo peggiore, la loro natura, il loro essere al mondo per poterlo percorrere, il rispetto che devono alla tradizione più profonda degli esseri umani; quella d’essersi alzati in piedi, appunto, per camminare e andare.

Solo una suggestione, infine, però quanto sarebbe bello se ognuno di noi, per disposizione individuale e come personale afflato, proprio superando quel concetto di patria o dando a esso i confini del globo intero, riuscisse a determinare le condizioni per una sorta di cosmopolitismo dal basso, vivo nella coscienza di ciascuno, pieno di quella pienezza che può nascere dalla considerazione di essere al mondo, semplicemente, per viverlo in ogni parte si desideri farlo, perché è sul mondo intero che si è nati, non su una parte di esso che qualcuno ha pensato e pensa diversa e divisa da un’altra.

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