Muoiono ancora. E nel disinteresse, due volte

Due miglia nautiche, poco più di tre chilometri e mezzo, comodamente seduti, in nove, al centro di un gommone che poteva portare 18 persone, spazio e tranquillità; eppure, nella brevissima traversata, non ho tolto gli occhi di dosso a mio figlio, e la mano dai suoi pressi, pronta, all’evenienza, a fermarne movimenti che potessero metterlo a rischio. Nonostante lo splendore del mare intorno, un brivido m’è corso lungo la schiena: quale disperazione deve spingere quelli che affidano i propri bambini al rischio dei flutti in situazioni tremende solo a immaginarle, pur di fuggire da dove si trovano? Ecco, vorrei chiedervi di pensarle, se non avessi visto la reazione social all’ultimo tributo di vite migranti chiesto dal Mediterraneo.

Scrive perfettamente a riguardo Giulio Cavalli, venerdì scorso su Linkiesta: «Ma che ce ne fotte dei centocinquanta che sono morti ieri su un barcone al largo delle coste libiche. Che poi, se ci pensate, centocinquanta è un numero arrotondato, più o meno all’incirca, perchéquei morti lì si arrotondano come se fossero prosciutto al bancone della salumeria – “signora sono un etto e mezzo che faccio, lascio”? E che ce ne fotte di quegli altri centocinquanta che invece si sono salvati (forse, non si sa, si presume, come al solito) e sono stati riportati in Libia dove se vengono ammazzati non vengono nemmeno contabilizzati, spariscono, semplicemente? Nulla, non ce ne fotte nulla. Chissà cosa ci si è conficcato nel cuore per insegnarci così bene a preoccuparci dei morti solo quando sono prossimi a noi, una sorta di sovranismo del dolore per cui se accade a più di qualche chilometro riusciamo a viverlo con la leggerezza di un safari. Chissà perché (giustamente) ci indigniamo per gli accaldati che stavano sulla nave di Carola Rackete e invece gli annegati riusciamo a scavalcarli come se fossero un semplice starnuto».

Già, che ce ne fotte. E poi, peggio nei commenti che si leggono a corredo di chi cerca di suscitare attenzione. Sprezzo, dileggio, soddisfazione per la morte di altri esseri umani, da quelle stesse voci che, un attimo prima, urlavano puntualmente indignate per un fatto di cronaca violento su un indifeso, per un sopruso ai danni di un debole, finanche per un leone ucciso in non si sa quale stramaledetto buco di savana.

Eppure, tali sono il mondo e il tempo toccatici in sorte. Dinanzi a noi, a tutti quelli che non vogliono e non possono accettare una simile folle corsa al peggio, a questo punto si aprono due strade. Quella della rassegnazione e della rinuncia, nobile e triste ritiro nella propria diversità, rivendicandola, e quella della ricerca del coraggio per uscire dall’angoscia in cui ci sentiamo spinti e strattonati, mettendo in campo ogni cosa è in nostro possesso per poter, un giorno a molti anni da qui, provare a spiegare cosa stavamo facendo mentre tutto questo accadeva.

«Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

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