Il presidente del Consiglio dice che il suo vice mente

«Ieri in Senato il premier, con i suoi toni soavi e i suoi modi felpati, ha dato del bugiardo al vicepremier. Ma nessuno se n’è accorto o comunque tutti han fatto finta di niente: i 5Stelle erano incredibilmente usciti quasi tutti dall’aula, il Pd doveva fingersi insoddisfatto e furibondo in favore di telecamere, la Lega parlava di Bibbiano per buttare la palla in tribuna. E così quell’accusa, che in un paese serio provocherebbe le dimissioni del ministro bugiardo o la sfiducia al premier che gli ha dato del bugiardo, è passata inosservata. Che cos’ha detto, infatti, Conte? Che il ministro dell’Interno leghista mente quando liquida Savoini come uno Zelig semisconosciuto che s’imbuca qua e là a titolo personale, perché era presente al vertice bilaterale fra Salvini e il suo omologo russo il 16 luglio 2018 in veste ufficiale: “su indicazione del protocollo del ministero dell’Interno, la delegazione ufficiale comprendeva anche il nominativo del signor Savoini”, pur “non avendo incarichi ufficiali o rapporti di collaborazione formale con membri di governo”. Dunque Salvini è bugiardo e pure reticente: il premier gli ha chiesto nei giorni scorsi spiegazioni e dettagli sull’affaire russo in vista della sua relazione al Parlamento, ma “non ho ricevuto informazioni dal ministro competente”. Il premier ha aggiunto un giudizio severissimo sulla presenza di Savoini accanto al suo vicepremier: “Mi adopererò perché tutti i miei ministri e gli altri membri del governo vigilino con massimo rigore affinché negli incontri governativi siano presenti solo ed esclusivamente persone accreditate ufficialmente che siano tenute al vincolo della riservatezza. Questo per avere la massima garanzia che le informazioni riguardanti l’attività di governo siano gestite con la massima cura”. Parole pesantissime, che nessuno ha raccolto. E Salvini gode».

No, non sono parole di un pregiudizialmente oppositore del governo gialloverde. Anzi, sono del direttore dell’unico giornale che fin dal giorno dell’insediamento ha solamente tessuto le lodi all’esecutivo: Marco Travaglio, sul Fatto di giovedì scorso. Eppure, nonostante sia, come sempre, boriosamente tronfio della sua oratoria da Savonarola al gianduia, questa volta ha ragione. Conte, dicendo che Savoini era al seguito della delegazione italiana in Russia «su indicazione del protocollo del ministero dell’Interno» ha detto che Salvini, che ha più volte spiegato di non sapere perché e come il presidente dell’associazione Lombardia Russia fosse lì, mente. E sempre Conte, spiegando di aver ripetutamente chiesto al leader leghista dettagli sui fatti del Metropol non ricevendo «informazioni dal ministro competente», dà a Salvini del reticente. Salvini, per tutta risposta, ha detto che le parole di Conte gli «interessano meno di zero». I grillini, mentre il capo del Governo di cui sono maggioranza parlava, sono usciti dall’Aula del Senato e lo hanno lasciato da solo. Incredibilmente, a un’opposizione in posa per l’auto ripresa nella diretta Facebook, è sfuggito il tempismo per chiedere al presidente del Consiglio conto delle sue parole e consequenzialità a quanto affermato nell’ufficialità di una relazione al Parlamento: lasciare lui o chiedere al suo vice di farsi da parte.

Perché è su questo che ha ragione il direttore Travaglio: in un Paese serio, l’accusa a un ministro di essere bugiardo da parte del suo stesso presidente del Consiglio, provocherebbe le dimissioni di quel ministro, o la sfiducia a quel premier da parte della forza politica che il ministro medesimo guida. Invece, non accade niente e non accadrà nulla. Perché qualsiasi regola di educazione istituzionale è saltata. E perché, chi sta lì e ci è entrato cantando le note della solfa del cambiamento, tutto ormai riesce a farsi star bene, pur di non doversene andare da dove si trova ottimamente assiso.

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