O torcano il viso da noi

«Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi, alzandovi./ Ripetetele ai vostri figli./ O vi si sfaccia la casa,/ la malattia vi impedisca,/ i vostri nati torcano il viso da voi». La poesia di Primo Levi ce la ricordiamo sicuramente, soprattutto in questa settimana che volge alla Giornata della Memoria. È il suo insegnamento profondo che abbiamo dimenticato. Meglio, che vogliamo dimenticare. E allora, proviamo a viverlo.

«Sai, mamma, ho deciso: la pagella non la lascio, la porto con me. Così potrò far vedere quanto sono bravo». «Hai ragione, figlio mio». «Però ho paura di perderla nel viaggio». «Sì, può succedere. E allora, come facciamo?». «Se la mettessi in una tasca chiusa, di quelle con la cerniera?». «È un’idea. Anzi, di più: possiamo cucirla nella fodera della giacca, così resterà sempre con te, per tutto il tragitto». No, i nomi non posso metterli perché non li so. Perché non li sappiamo. Perché quel ragazzino di 14 in fondo al mare con la pagella cucita nella fodera della giacca (la cui storia, per quel briciolo che ne sappiamo, l’ha raccontata Cristina Cattaneo, nel suo Naufraghi senza volto, e con dolcezza infinita l’ha immaginata continuare Makkox), non si sa come chiamarlo. E allora lo chiamerò Claudio, come mio figlio.

Perché l’altra notte mi sono alzato quando ho sentito tossire il mio bambino, e temevo potesse essersi scoperto e aver freddo, nella nostra tiepida casa. E mi chiedo adesso quanto fredde siano le notti in cui si addormentano i bambini nei campi allestiti per profughi e migranti lungo frontiere pensate solo come muri, sul ponte di una nave che nessuno vuole accogliere nei porti per la paura di non riuscir più, per quello, a raccoglier voti nelle urne, quando ad accoglierli rimane solo l’abbraccio eterno e ultimo del mare.   

Ha solo tre anni, mio figlio. Il compito che ho è quello che mi dicono le parole di Levi, di tutti quelli che l’abisso del dolore lo hanno conosciuto, che l’hanno vissuto. Lui, per la sua età, deve addormentarsi sereno alla sera, e questo tocca a me. Ma io ho anche il dovere di non prendere sonno facilmente, sapendolo dormire nella stanza accanto e considerando che tutto quell’orrore ancora è. Serbando per lui il ricordo del dramma di oggi, raccontandoglielo e ripetendogli il racconto quando saprà capire, perché pure in lui si scolpisca il senso vivo e il significato ultimo di quelle e di queste parole.

O torca il viso da me.

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