Ancora sul merito e altre prese in giro

A ognuno di noi sarà capitato qualche volta nella vita, lavorativa e non solo. Succede, di solito, quando l’interlocutore non ha voglia di capire realmente la tua situazione, perché non ci riesce o semplicemente perché gli interessa meno che osservare il volo di quella fastidiosa mosca che gli ronza intorno non fa alcuna differenza. Ebbene, è spesso in quelle occasioni che prorompe in un apparentemente serio: «per le qualità che hai, meriteresti molto di più». E il bello, o il brutto, fate voi, è che non è raro che a dire una simile battuta sia chi ha il potere di offrire realmente, o determinare le condizioni perché così possa essere, quel «di più», molto o poco a seconda dei casi.

Ovviamente, è successo più volte anche a me. La mia fortuna è stata semplicemente che, dopo la prima, avevo già smesso da tempo di credere a quella favola buona per addormentare i bambini e le coscienze che è la meritocrazia. Fortuna per la tenuta del mio umore, intendo dire. Perché, vedete, le prese in giro sono peggio, molto peggio, dei torti stessi. Cioè, uno che ti fa un torto, lo accogli e amen. Ti ribelli, cerchi la via per rimediare o semplicemente lo accetti, ma è lì, ed è chiaro. Uno che, nel frattempo, non fa, potendo, nulla per evitare che accada o ne è direttamente l’artefice, e poi se ne esce con l’encomio delle tue capacità, sinceramente, può far davvero arrabbiare.

Per questo, io, avendone la voglia e a seguire la possibilità, consiglierei a quanti sono chiamati a decidere delle sorti degli altri di evitare ogni forma di captatio benevolentiae del proprio interlocutore, se non hanno intenzione o modo di fare qualcosa per valorizzarlo. Insomma; fate quello che volete, ma evitate lo sberleffo che immancabilmente si sente, che sia cercato o meno, nelle vostre dimostrazioni di, così le dite, ammirazione.

Per dirla diversamente e con le parole che, nel Quo Vadis? di Sienkiewicz, Petronio manda a Nerone quale ultimo saluto: «nella vita capitano pure tali molestie, che non mi basta più l’animo di tollerarle. Non credere, te ne prego, che io abbia trovato a ridire del fatto che tu abbia ucciso tua madre, tua moglie, tuo fratello, che tu abbia dato fuoco a Roma e inviato all’Erebo gli uomini più onesti del tuo infelicissimo impero. No, pronipote di Cronos! La morte è il naturale retaggio dell’uomo, né altro potevamo aspettarci da te. Ma essere costretto ad avere le orecchie lacerate per anni e anni dal tuo canto […] questo supera le mie forze […]. Sta’ sano, ma smetti di cantare; uccidi pure, ma non fare più versi; avvelena, ma non ballare; incendia, ma non suonare la cetra».

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