Se loro sono i “dittatori”, cos’è “collaborazionismo”?

Leggo e ascolto le parole di sinceri democratici definire un «pericolo» per la tenuta delle libertà individuali e dei diritti dei civili (perché ormai parlare di quelli sociali non è più tanto di moda) le vittorie e le affermazioni dei vari Trump, Putin o Erdoğan. Con le diversità che caratterizzano i tre, e che vanno dal semplice, e non meno pericoloso, populismo dell’uomo forte alla vera e propria autocrazia, o “democratura”, come è stata definita da acuti analisti, la cifra interpretativa è applicata a tutti quei casi e con maggiore preoccupazione a salire nella scala della potenza del ruolo rivestito.

In linea di massima, potrei concordare con i sostenitori di questa tesi. Senza riuscire a eludere la necessità di una domanda: se quella che quei nomi disegnano è una nuova forma di “dittatura”, facendo al termine tutte le tare storiche e sociali necessarie, come evitare di esserne, volenti o meno, i nuovi “collaborazionisti”? Cioè, se Trump, Putin, Erdoğan  o chiunque voi vogliate sono quel «pericolo per la democrazia» di cui s’è detto, lavorare con loro, disporsi a collaborare, appunto, o a eseguirne diligentemente le indicazioni, per quanto secondo il proprio dovere, non ne rende alleati? Cooperare o semplicemente farci accordi e affari non è, in un certo senso, esserne complici? Oppure, e al contrario, essi non sono per nulla un male democratico, e allora, dal dirigente della big corporation dell’automobile che siede al tavolo con lui all’impresa che realizza il suo ampliamento (ché il vallo c’è già, e l’ha iniziato Bill Clinton) del muro contro i poveri del Messico fino al politico di sinistra che si dice pronto a dare una mano se chi abita manterrà gli impegni del Palazzo del potere a sostegno dei lavoratori (bianchi, anglosassoni e protestanti, immagino, non certo latinos, cinesi e islamici, date premesse e promesse), sostenerlo non è uno scandalo, anzi.

Altrimenti, il resto, che siano manifestazioni in piazza quanto dotte e intelligenti osservazioni nei salotti o suoi giornali, rischia di essere visto come una provocazione borghese, inutile e inefficace messa in atto da chi, comunque, con quello che critica è disposto a scendere a patti e sedersi al tavolo della trattativa.

Nonostante gli alti lai e le solenni censure.

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