Perché sia viva la nostra memoria

«Voi che vivete sicuri/ nelle vostre tiepide case,/ voi che trovate tornando a sera/ il cibo caldo e visi amici:/ considerate se questo è un uomo/ che lavora nel fango/ che non conosce pace/ che  lotta per mezzo pane/ che muore per un sì o per un no». Quante volte abbiamo letto, e condiviso, queste parole dure e belle allo stesso tempo. Ma Primo Levi parlava a noi, a noi che viviamo ora, dopo quello che accadde, e ci chiedeva di guardare fuori, e vedere cosa accade nel momento e nell’epoca in cui siamo al mondo, per non ignorarlo girandoci dall’altra parte.

E allora, in questa giornata dedicata alla memoria dell’immane sterminio, consideriamo davvero e coraggiosamente cosa accade ancora oggi. Con cosa brindano gli indici di borsa che ieri festeggiavano le azioni di un uomo che vuole ergere un muro contro i disperati? Di cosa vogliono la fine quanti chiedono sicurezza ai loro governi contro l’immigrazione, della povertà o dei poveri? In cosa siamo diversi noi che diciamo «non è di mia competenza la lotta al male del mondo» da quelli che, agendo diligentemente in un macabro apparato, per i propri atti elevarono a scusa un dissociato «io eseguivo soltanto gli ordini»?

Quindi, a cosa serve il ricordo di quell’inferno se non a evitarne altri, ognuno resistendo per come può e quanto riesce alle storture dell’ingiustizia e della follia degli uomini nel tempo che vive? Parcellizzati come in un grande apparato di cattura sul modello della fabbrica, ciascuno degli esecutori materiali dei compiti stabiliti dalla macchina dell’eccidio lo eseguì senza opporvisi, perché quello era il compito assegnatogli. Senza discutere, chi viveva accanto ai luoghi del più infame dei crimini finse di non accorgersene. Ridendo, i passanti assistettero all’umiliazione degli ebrei, o comunque mai apertamente vi si opposero, anzi; spesso furono loro a richiedere l’intervento dell’autorità costituita, di quell’autorità costituita, contro il pericolo giudeo che si annidava in una panetteria, nel negozio del rigattiere, nelle scuole, negli uffici, all’ospedale. Troppi collaborarono, pochi, perché non voglio dir nessuno, provarono a infrangere quegli ordini e quelle leggi semplicemente non applicandoli dinanzi al diritto naturale dell’essere e rimanere umani.

Cosa accade oggi che fingiamo di non vedere, a cui non ci ribelliamo, nel mentre diamo il nostro contributo rispettando del ruolo che ci compete senza verificarlo mai dinanzi a quel principio di umanità? Consideriamolo, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo, tornando a sera, il cibo caldo e visi amici.2727

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