Grazie Nico. Quando basta fermarsi

Non parlo quasi mai di sport. Anzi, si potrebbe togliere il quasi. Per la semplice ragione che non ne capisco molto, e siccome non sono solito discettare di cose di cui poco so, solitamente ne taccio. Ma lo sport e i suoi protagonisti spesso hanno a che fare con la società e con il come la interpretiamo, e in questo caso, al contrario, mi interessano e molto, e m’interessa parlarne e cercare di capire, leggere quei fatti e quei personaggi alla luce dei messaggi che mandano e dei modelli, comportamentali o caratteriali, che interpretano e incarnano. La vicenda del pilota di Formula Uno neo campione del mondo è uno di questi casi.

Nico Rosberg, vincitore con la Mercedes del titolo 2016, ha annunciato il suo ritiro, nel pieno dell’attività e con un’età e delle capacità che potevano lasciar ipotizzare una lunga e riccamente premiata carriera. E lo ha fatto con una motivazione che per me rappresenta il senso del limite, in un ambito, quello delle corse automobilistiche, dove è la dismisura a rappresentare la dimensione usuale. Il trentunenne tedesco ha detto «mi ritiro perché ho raggiunto il mio obiettivo». In un panorama, quello sportivo, dove le mete sono ingannevoli come la possibilità di raggiungere l’orizzonte e servono solo a far correre di più e ancora i protagonisti verso il prossimo possibile primato, Rosberg fissa un traguardo perseguibile, lo centra e si sente appagato. Fermandosi.

Quanto può essere d’insegnamento tutto questo? Qui non si sta parlando di qualcuno che si mette ai margini della società, di un “perdente”, che brutta parola, ma di uno che ha corso, è proprio il caso di dirlo, per la sua meta, e che meta, l’ha raggiunta e poi s’è sentito appagato e ha smesso di competere. In sintesi, si è sottratto alla dittatura della competizione fine a se stessa e al dominio della concorrenza per qualcosa che non esiste, se non nella mente di chi pensa di aver merito ad ottenere sempre di più di quello che ha, ha colto il suo limite e ha pensato che potesse bastare così.

Grazie Nico, hai dimostrato che è inutile correre oltre il necessario. Tu hai giocato nel campo in cui si corre per principio, hai raggiunto quanto ti eri prefisso e hai dimostrato che davvero quello, e solo quello, era il tuo obiettivo. Se altri potessero seguirti, se altri potessero fissare le loro mete in punti accessibili e poi, raggiuntele, sapessero rinunciare alle sirene che chiedono di volere ancora quello che, chiaramente, non serve loro a nulla, se non a sedare quell’insana voglia di troppo, chissà come sarebbe il mondo.

Potremmo tutti star meglio, se solo avessimo misura nei nostri desideri.

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