Quel lavoro insostituibile lasciato alle associazioni

È come se d’un tratto, in un momento non meglio definibile, i partiti avessero deciso di occuparsi solamente dell’organizzazione della politica. In quell’aspetto, il loro ruolo è ancora centrale, inevitabile, ineludibile. Soprattutto se lo sguardo va alla parte istituzionale e istituzionalizzata del “fare politica”. Tutto il resto, dalla fase della proposta e delle idee fino all’organizzazione del confronto e del dibattito, appare lasciato ad altri soggetti, attori più o meno consapevoli, meno o più interessati, di questo nuovo modo dell’essere sociale.

Martedì sera, invitato da amici e col piacere di stare con loro, ho assistito all’appuntamento “a tu per tu”, organizzato dall’associazione CuneoSiVaOltre e condotto dal giornalista Giuseppe Grosso, con la senatrice Patrizia Manassero. Una serie di domande, alcune tecnicamente politiche, altre politiche praticamente, risposte, interventi, osservazioni: un dialogo a più voci, un confronto, appunto.

Ecco, questo è un esempio di quanto dicevo. Capita sempre più spesso che il momento della disputa sia affidato a realtà associative.  E ciò, sorprendentemente, avviene anche quando questo ricade all’interno, o accanto, ma realmente molto “nei pressi”, delle stesse forme partito classiche. Quasi che il tradizionale contenitore e luogo della politica e della partecipazione, con metodo democratico, a disposizione dei cittadini per concorrere a determinare la politica, secondo lo spirito e la lettera della nostra Costituzione, avesse smesso di voler esercitare simili compiti.

Non è una critica rivolta ad altri; la mia prima tessera l’ho presa nell’ormai lontano 1993, nell’allora Sinistra Giovanile nel Pds. Ho sempre creduto nella fondamentale importanza di quelle organizzazioni e ci credo ancora. Però ne vedo i limiti, e non riesco a capire come superarli, anche perché ogni giorno paiono diventare più grandi, complicati dal restringersi del proprio essere partecipate e con il loro progressivo, diciamo così, “alleggerirsi”

Nell’incontro a Casa Delfino sono stati ripercorsi alcuni dei punti salienti di questo scorcio di legislatura, che in soli due anni e due mesi ha già visto succedersi tre governi e due elezioni del presidente della Repubblica. Ma questa è anche la legislatura in cui, forse come ultimo, paradossale tentativo del governo Letta di resistere alla pressione dell’incalzante Renzi, si è proceduti all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

La leggerezza con la quale si è affrontata la discussione su tale questione è davvero drammatica. Inoltre, spesso a questa s’è sommato un furore distruttivo che, se in parte giustificato dagli abusi, non trova peraltro giustificazione nello stato reale della maggioranza dei casi. Eppure, oggi è così: quei partiti in quel modo resi “leggeri”, con quali risorse sosterrebbero la propria funzione politico-culturale? Chi avrebbe interesse a supportarli in questo? Chi li finanzierebbe per l’attività convegnistica, di produzione di testi, di incontro e discussione? Un ruolo ormai fin troppo ridotto, rischia di essere condannato all’assoluta dismissione.

Il lavoro di alcune associazioni, come quella che ha organizzato l’incontro di martedì, nelle diverse realtà e ai differenti livelli, e addirittura a prescindere dal giudizio che se ne dà, diventa indispensabile. Però rischia, per quanto essenziale, di non essere sufficiente. Ancora di più è esposto a tale pericolo se la politica viene sempre maggiormente vista come questione da “addetti ai lavori” e in cui i decisori dedicano all’ascolto il tempo necessario alla preparazione del consenso, sapendo comunque, come la stagione che stiamo vivendo insegna, che chi decide persegue decisamente quel che vuole, e che le eventuali opinioni dissimili e le proposte non in linea con quel volere, vengono al massimo tollerate nella loro espressione, ma difficilmente accolte o prese in considerazione.

A quel punto, è l’essenza stessa della partecipazione a essere svilita e, quale conseguenza quasi naturale, i potenziali partecipanti si allontano, togliendo alla democrazia quel senso che la caratterizza rispetto alle altre forme possibili per la mera ed esclusiva gestione del potere.

(Questo articolo è stato pubblicato sulla testata online CuneoCronaca)

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