Perché così non va

Perché sciopero oggi? Perché è un diritto, e prima che qualche consigliere interessato convinca qualche governante che è giusto farne a meno, e proprio perché alcuni di loro, con la scusa della precettazione nei servizi essenziali, ci stanno già provando, è meglio ribadirlo con forza.

Perché l’idea che si possa rilanciare l’economia solamente agendo sulla riduzione delle tutele per i lavoratori e del costo del lavoro, non è semplicemente sbagliata, è classista, perché sta dalla parte dei più ricchi e più forti contro quelli che hanno meno risorse e meno potere.

Perché la legge di Stabilità non prevede alcuna riforma per rilanciare seriamente, anzi, concretamente, come dicono quelli alla moda, economia e occupazione, ma solo le trite e tristi ricette cucinate nei trent’anni di dominio liberista, a cui, purtroppo, troppe volte la sinistra e le forze che dovevano stare dalla parte dei lavoratori hanno prestato il fianco, per non parlare dei voti.

Perché è necessario l’impegno di tutti quelli che ne hanno l’intenzione per determinare nuove condizioni idonee a cambiare davvero le politiche sul lavoro, nuove occasioni per la ripresa degli investimenti, al di là e oltre vuoti slogan e riforme che piacciono tanto alle agenzie di rating, alle banche europee e al Fondo monetario internazionale, ma che nei fatti significano più precarietà e meno garanzie e riconoscimenti economici per chi lavora.

Perché il Jobs Act è il più significativo ed emblematico arretramento in tema di diritti del lavoro che sia stato assunto dai governi dei diversi orientamenti che si sono succeduti in questi anni, e fa male vedere che quel segno padronale nei rapporti di lavoro, sia stato vergato e impresso con più forza proprio da una forza politica che si dice progressista e socialista.

Perché la mobilitazione è di tutte le categorie, e quindi oltre le pur giuste rivendicazioni di settore, e per l’affermazione, meglio, la ri-affermazione di capisaldi e princìpi che si pensavano assodati e acquisiti, ma che vengono svenduti e fatti merce elettorale da un ceto politico che sta tagliando le radici dell’albero sul quale s’è arrampicato, nel tentativo disperato di mettersi in salvo e assicurarsi rendite e posizioni.

Perché così non va, come recita il manifesto dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil, e bisogna dirlo. E se costa aderire a uno sciopero, anche in termini economici (e su una busta paga precaria da 1.200 euro scarsi, pesa eccome, fidatevi), è proprio necessario esserci. Perché altrimenti non si capisce perché si dicono alcune cose se poi, quando bisogna sacrificarsi per sostenerle, ci si tira indietro.

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