Lettera a un dipendente a tempo indeterminato

Caro Michele,

oggi è il 29 settembre, però non è per farti gli auguri per l’onomastico che scrivo questa lettera, ma per dirti qualcosa che non ti farà piacere: è colpa tua.

È colpa tua se in Italia la disoccupazione è da troppo tempo ormai a due cifre e quella giovanile sfiora il 50%. Colpa del tuo contratto con troppe tutele e a tempo indeterminato se il precariato è una piaga così estesa. Colpa dei tuoi 1.254,67 euro mensili, 80 compresi, per 40 ore settimanali e che la legge mette al sicuro da azioni arbitrarie e licenziamenti senza giusta causa se le aziende non assumono più.

Tu pensavi di aver fatto sacrifici per avere quello che hai oggi, ma sei un privilegiato, con il tuo salario garantito. Pensavi che quella sicurezza fosse una conquista sudata, alla soglia dei sessant’anni, dopo essere dovuto andar via dalla tua casa e dal tuo paese, Piazza Armerina, e spostarti per trovare lavoro a Vimercate. E lo sarai ancora di più quando, e se, riuscirai ad andare in pensione, con quegli 800 euro al mese che ti aspettano.

Se tua figlia, “Marta, 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità” ha dovuto rimandare per due volte il matrimonio è colpa delle troppe garanzie che hai. Tu che ogni giorno tremi nel vedere le aziende che operano nello stesso settore di quella in cui lavori chiudere, perché la cassa integrazione potrebbe non bastarti per continuare ad aiutare Marta e suo marito, precario anche lui, che un figlio han voluto farlo lo stesso, godi di privilegi iniqui.

Se il più piccolo dei tuoi fratelli, “Giuseppe, che ha 50 anni e non può avere la cassa integrazione” perché, dopo essere emigrato anche lui a Bassano del Grappa e aver fatto l’operaio per anni in un’azienda attiva nella lavorazione metalli preziosi, ha perso il lavoro e ne ha dovuto accettare uno pagato meno e con contratto co.co.pro. in un centro commerciale, è colpa del fatto che a te, nel caso di licenziamento, quel seppur piccolo sussidio al reddito sarebbe garantito.

È colpa tua e forse ancor più di tuo figlio Giovanni, che a 32 anni è riuscito a entrare di ruolo a scuola, dopo aver “fatto cinquanta concorsi, novanta domande e duecento ricorsi”, se l’imprenditore che ha assunto la sua fidanzata, Francesca, prima le ha fatto firmare una lettera di dimissioni senza data, da usare per farla fuori in caso di gravidanza.

È colpa delle tutele garantite dal contratto che hai se tuo cugino Rocco è si è ammalato di cancro nella fabbrica in cui lavorava come addetto alle pulizie, ma non gli hanno riconosciuto la malattia professionale perché non era dipendente di quella fabbrica, ma di una società esterna.

È colpa delle leggi che ti proteggono se esistono altre leggi che consentono di assumere un giovane a chiamata, in job sharing, con partita iva e riconoscere a lui una retribuzione oraria in un call center inferiore ai cinque euro. Chi lo dice? Quelli che quelle leggi le hanno fatte, quelli che hanno reso possibile questo massacro dei lavoratori e dei loro diritti, quelli che hanno scritto e votato gli strumenti per consentire tutto ciò: l’inferno che oggi denunciano l’hanno disegnato loro, è ovvio che lo conoscano.

Tu, Michele, sei fortunato, e per quella tua fortuna, tua figlia, tuo fratello, la tua futura nuora, oggi soffrono quella precarietà esistenziale che tutti denunciano. Ed è per colpa tua, dell’alta tua retribuzione, se ci sono laureati pagati così poco da scegliere di andare a fare i camerieri a Londra; e se te lo dicono governanti e politici che guadagnano in due o tre settimane quello che tu prendi all’anno, puoi crederci: di soldi ne capiscono, eccome.

Quindi, fattene una ragione, alla fine, il nemico dell’Italia e degli italiani, colui che impedisce la crescita e la ripresa dell’economia, il motivo ultimo della disoccupazione crescente lo abbiamo trovato: sei tu.

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