Il maiale e l’asino

Nella stessa stalla, narra una favola delle mie parti, c’erano un maiale e un asino. Il locale era diviso in due, con una parte più ampia, spaziosa e anche illuminata da una piccola finestra sul fondo, e un’altra più angusta, subito dietro la porta, buia ed esposta a spifferi e correnti.

La parte più grande era quella in cui stava il maiale. Aveva tanto spazio per sé, col trogolo sempre pieno e l’acqua mai mancante. Certo non era proprio pulito, ma questo perché lui era pur sempre un maiale. Però c’era la paglia sul pavimento e, tutto sommato, non era affatto freddo e si poteva dormirci distesi sopra comodamente.

Lo spazio più piccolo, invece, era destinato all’asino. Lì il pavimento affiorava sconnesso sotto la poca paglia, e alla povera bestia non rimaneva tanto spazio oltre quello che occupava con la sua mole. Aveva anche lui la mangiatoia piena alla sera, ma le porzioni di fieno o biada non erano certo da gran banchetto. L’acqua, in compenso, non mancava mai nemmeno a lui, questo va detto.

Tutte le mattine, il padrone veniva a prendere l’asino, gli sistemava il basto sulla groppa e partivano per la campagna, lontana qualche chilometro dalla casa. E visto che nel tragitto d’andata verso i campi, il ciuchino non aveva da portare se non sacchi, cofani o bisacce vuote, spesso il contadino montava su quella spartana sella e si faceva trasportare.

Così, ogni giorno, l’asino e il padrone sparivano dalla vista del maiale prima ancora che il sole illuminasse il cielo. Nel corso della mattinata era la padrona a farlo uscire dalla stalla. Nel recinto antistante dove veniva condotto, seppure piccolo, aveva tutto lo spazio necessario a muoversi e, come sempre, ogni bendidio da mangiare. Il posto dove la notte aveva dormito veniva pulito e risistemata la paglia sul pavimento, così che lo trovasse pronto al ritorno. Se era freddo o pioveva, poteva star dentro. Se il sole picchiava, aveva modo di mettersi all’ombra. Non faticava molto, anzi, per nulla, e tutti quelli di casa lo guardavano con ammirazione e gli davano qualcosa da mangiare, prendendosi cura di lui e stando attenti che non s’ammalasse.

L’asino no. Lui doveva guadagnarsela la biada che, pure questa, da solo trasportava verso la stalla. Lavorava tutto il giorno, che ci fosse l’afa o la tramontana, che la pioggia trasformasse in fango le strade o la neve ricoprisse pietre e selciati. E se il mattino era partito portando il padrone in groppa, al tramonto ritornava ancora più carico. E qualche volta non mancavano colpi sul collo con i finimenti o sulla schiena col bastone.

La sera nella stalla, l’asino parlava poco, quasi mai. Il maiale, al contrario, era oltremodo ciarliero. L’uno era stanco e voleva solo un po’ di quiete. L’altro, riposato e ben pasciuto, trovava diletto nel prenderlo in giro.

“Certo che fai davvero una vita grama”, diceva il suino. “Tutto il giorno a lavorare, al freddo o al sole. E per cosa poi? Un po’ di fieno e un secchio d’acqua. E tante bastonate”.

“Guarda me”, continuava. “In tanti si prendono cura della mia salute, mi danno mangiare e mi lasciano dormire fino a tardi. Posso stare al fresco se il sole è forte o al caldo se fa freddo. E qua dentro? Guarda lo spazio per me e considera quello che hai tu. Non c’è che dire: devo essere proprio bravo per meritarmi tutto ciò”.

Questa tiritera accompagnava tutti i giorni la vita dell’asino, tanto che ormai nemmeno ci faceva caso. La considerava come il chiacchiericcio di sottofondo in una stanza affollata, che spesso ci accompagna beatamente verso il sonno; e lui, di dormire, alla sera aveva tanta voglia.

Un giorno, l’asino e il suo padrone rientrarono tardissimo. Era tempo di olive, che nei sacchi non stanno mai ferme e ce ne vanno tantissime. Pesavano molto, con due carichi per lato del basto e due al centro, ben legati sulla groppa. Quell’autunno estremamente piovoso aveva reso i sentieri difficili da percorrere e, prima di tornare alla stalla, il padrone volle passare dal frantoio per lasciare le olive, allungando di molto il percorso. Non ne poteva più, chiedeva solo silenzio e riposo.

Ma il maiale attaccò con la solita litania: “guarda come mi trattano bene, vedi come m’accudiscono”. L’asino, come sempre, nemmeno l’ascoltava, né gli rivolgeva lo sguardo. Ma il maiale continuava. Finché l’asino, direttamente interrogato, non poté esimersi dal rispondere. “Di’ la verità”, gli chiese infatti il maiale, “mi invidi parecchio? Per questo ti fingi disinteressato alle mie fortune? Rispondimi, non fare il superiore”.

A sentire l’espressione “fare il superiore”, l’asino abbozzò un sorriso fiacco e annoiato. Girò la testa verso il maiale, la inclinò leggermente, quasi volesse studiarlo meglio o come se lo vedesse per la prima volta. Lo squadrò da capo a coda. Lo osservò ancora una volta, poi di nuovo. E, con voce calma, disse: “ah, ecco cos’era. Ora capisco, mi pareva strano il tuo cambiamento: non sei quello dell’anno scorso”.

Buona Liberazione a tutti. Anche agli asini.

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