Quella crisi intermittente

Le agenzie di rating, l’attacco degli speculatori, lo spread fra i titoli dei singoli stati e quelli di riferimento, i pericoli di default. Tornano gli oracoli della finanza, quelli che prevedono tutto dell’andamento delle crisi economiche, tranne prevederne l’inizio, ovviamente. Ed allora via alle misure di correzione, via alla stretta sui conti pubblici, ai tagli alla spesa, alle “riforme strutturali” del welfare e del mercato del lavoro.
A sentirli parlane, sembra anche che ne capiscano davvero, gli economisti laureati nelle migliori università private del mondo, finanziate dalle stesse banche che finanziano le agenzie di rating. Tutti lì a dirci che le riforme sono necessarie, che non possiamo più “permetterci un welfare superiore alle nostre possibilità”, che alcuni paletti nel mercato del lavoro sono archeologia, che per reggere il confronto con la realtà attuale è necessario alleggerire il sistema economico dai tanti lacci e laccioli (quanto odio quest’affermazione).
Strano, però, che qualche mese fa questi oracoli a gettone di presenza tacevano in modo imbarazzante spartendosi i dividendi degli utili azionari. Dall’estate del 2008 all’autunno del 2009 ci hanno raccontato che eravamo ad un passo dal baratro. Ed allora via alla stretta sui lavoratori, ai licenziamenti ed alla lotta alle garanzie che “frenavano la crescita”. Poi, dall’inizio del 2010 ad oggi, si sperticavano in lodi autoincensatorie per narrarci di quanto erano stati bravi ad evitare la tragedia incombente. Intanto a noi rimanevano i tagli al sociale, le riduzioni dei salari, la precarietà irreversibile, la preoccupazione per un futuro incertissimo. A loro, passata che era la tempesta, non si poteva più negare la spartizione degli utili azionari, anche in quelle realtà, vedi la Fiat, che contemporaneamente davano l’ultima stretta ricattatoria al sistema del lavoro.
Ora, uno pensa, dopo i loro dividendi verranno pure i tempi di dare respiro alle divisioni di lavoratori e disoccupati. E no. Perché all’alba del sempre rinviato secondo tempo ecco che i magnifici tre, Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, tagliano gli outlook dei debiti sovrani degli Stati, minacciano il sistema del credito, rivedono al ribasso le stime di crescita delle aziende più importanti dei vari Paesi. E tutti, nonostante le stesse baracche a tariffa alternata abbiano preso la più grossa cantonata (o hanno finto di prenderla, ma la cosa non cambia) dando per sicuri titoli che valevano meno delle obbligazioni della Banca dei Sogni di Paperopoli, gli vanno dietro flagellandosi la schiena. Il mantra è sempre quello: grandi riforme, via alle rigidità e via ad uno stato sociale “che non possiamo permetterci”. 
Adesso basta. A parte che quando persone che guadagnano 5 milioni di euro l’anno, l’equivalente dello stipendio di 400 operai italiani, verrebbe voglia di dare piglio alla violenza, la storia ormai puzza di carognata lontano un miglio. Se c’è qualcosa che non possiamo più permetterci, verrebbe da dire ai tanti soloni tanto al chilo, è un mondo dove la ricchezza è nelle mani di pochi, dove il dieci per centro della popolazione possiede la metà dei beni del Pianeta, dove 1 miliardo di persone, mille milioni, 20 volte la popolazione d’Italia, soffrono letteralmente la fame mentre l’altra parte del mondo non sa dove mettere gli avanzi. Questo non possiamo permetterci.
Le agenzie di rating minacciano tagli alle stime di crescita? Gli osservatori economici intravedono tendenze negative? I barometri dei tecnocrati dell’economia finanziaria prevedono tempesta ed i loro oroscopi segnano la necessità di far stringere la cinghia agli ultimi? Non m’interessa, non “ci” interessa. Vuol dire che se serviranno dei soldi li andremo a prendere a casa di chi li ha. Con le buone o con le cattive.
Istigazione a delinquere? Può essere; se è così mi autodenuncio. Terrorismo? E voi come chiamereste il potere arrogante ed irrefrenabile di chi minaccia quotidianamente di mettere in ginocchio i poveri per garantirsi le vacanze sul panfilo pagato con le tasse evase? Hanno il controllo della finanza, hanno il controllo degli osservatorii, hanno il controllo delle risorse. Se le cose vanno a ramengo la colpa è di chi ha le leve del comando: banchieri, finanzieri, governanti e “prenditori”.
Ripeto, se mancano gli “sghei” si prendano da loro, che ne hanno ben oltre le esigenze. Altrimenti qualcuno, più prima che poi, andrà a prenderseli da solo: ovunque nel mondo e con qualsiasi mezzo.    
 

Questa voce è stata pubblicata in economia - articoli, libertà di espressione, politica. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento