Il Primo Maggio, San Remo e l’altra storia.

Quasi come un libro di racconti. Non è casuale la scelta del titolo di queste riflessioni. Quasi un libro di racconti, però, perché qui il racconto è uno solo. Ma andiamo con ordine.
Il Primo Maggio è la festa dei lavoratori. Lavoratori che sono tali in quanto fanno parte di una comunità a cui danno il proprio contributo, che partecipano alla costruzione della società. Ma il Primo Maggio è anche festa del Lavoro, inteso come luogo metaforico in cui si esprime la partecipazione del singolo ai destini collettivi, ed in cui l'individuo partecipa del tutto in forza di quello che è e che fa, non di quello che ha. Il lavoro unifica ed accomuna, certo, ma rende anche uguali, dando ad ognuno la dimensione del manifestarsi del proprio essere cittadino, portatore di diritti. E se nel lavoro si vale per ciò che si è e si fa, allora si è uguali indipendentemente dal luogo da cui si viene, dal dove si prega, dal come si parla. Non fu casuale, quindi, la scelta dei costituenti italiani di ancorare a questo caposaldo il concetto di piena cittadinanza e di fondamento della Repubblica.
E che c'entra San Remo? Al festival ha vinto una canzone che parla di giovani che cercano un posto nel mondo e di operai che perdono il lavoro. Quindi c'entra. E c'entra perché San Remo, nel bene e nel male, intercetta sempre il sentire del comune cittadino. Un po' come nei discorsi da bar o da tram, non è il portato o la levatura del discettare il punto nodale, ma la scelta degli argomenti. E se a San Remo, sul tram o nel bar si parla di lavoro perso o cercato, è perché ciò è in questo momento il centro dell'attenzione del comune sentire.
E veniamo ora all’altra storia, quella che di questa centralità del lavoro per l’individuo ed il suo rapporto con la società ne fa un’arma da usare contro i singoli. Sto pensando alle direttive sempre più stringenti per poter far parte della collettività dei “lavoratori attivi”, di quelli che un impiego ce l’hanno. Ricattando con il lavoro e per il lavoro i lavoratori, li si rende dipendenti dal potere di chi “possiede il lavoro”, che da luogo della definizione dei diritti diventa quasi privilegio concesso per gentile disposizione dal padrone.
L’homo faber come unico orizzonte della realizzazione dell’individuo mostra qui tutti i limiti: non c’è possibilità di “essere” al di fuori dal “fare” comunemente accettato e concepito come posto individuale nella società, dal fare prezzato e retribuito. Si diventa ciò che si fa, e si è operai, falegnami, professori, giornalisti, disoccupati, cancellando con queste categorie l’essere individuo.
Voglio dire che la concezione del lavoro limita l’essenza dell’individuo? Nient’affatto. E’ il lavoro inteso nel circuito lavoro/guadagno/consumo che snatura il principio del far parte attivamente, con le proprie forze e capacità, di una società, e che porta alle estreme conseguenze la reificazione di quello che dovrebbe essere un luogo di partecipazione collettiva e realizzazione individuale. E’ il lavoro a cui viene dato un prezzo ad essere limitante, il lavoro-merce, se alcuni concetti possono ancora passare nel discorso comune senza tema d’essere linciati per ideologismo.
Un lavoro-merce che deve essere speso su un mercato dove esso abbonda e viene de-prezzato, mentre chi possiede il capitale per acquistarlo s’inventa mille sistemi per sminuirne il valore.
La centralità del lavoro è concepibile solo ridando a questo concetto la sua dimensione reale: capacità e tipicità umana dello stare nel mondo, inesprimibile nei concetti e nei sistemi del mercato.
Un ultimo pensiero per ritornare alle musiche sanremesi. La canzone vincitrice del festival ci narra del buio che stiamo vivendo, della notte di questi anni, ma con una intima e forte nota ottimistica: una notte che va a finire, riempita di musiche e parole.
Temo che la metafora non sia però pienamente calzante al momento.  Non credo che questo buio sia dovuto ad una notte, che in quanto tale andrà naturalmente all’alba; penso piuttosto che lo scuro che avvertiamo sia il frutto dell’oscuramento delle finestre della stanza in cui ci siamo rinchiusi, della muratura realizzata dal di fuori. Non aspettiamo che faccia giorno, rimbocchiamoci le maniche e demoliamo i muri che ci rinchiudono dentro. O sarà giorno e sarà notte e sarà giorno ancora senza che noi lo sapremo mai.

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