Democrazia in negativo

Nelle settimane scorse il Quotidiano ha raccolto la provocazione di una cittadina stiglianese che, per protestare contro la carenza di prestazioni sanitarie, proponeva una petizione per chiedere la chiusura dell’ospedale locale. Di primo acchito, può apparire un controsenso: se mi lamento della mancanza di servizi chiedo il potenziamento della struttura, non la soppressione. Che senso ha chiedere la chiusura di un presidio sanitario per protesta contro la mancanza di un servizio? Avremmo così prestazioni migliori? Ovviamente no.

Cionondimeno, quella provocazione ha senso. Soprattutto, ha un fondamento ed un valore altamente democratici. E’ una forte riappropriazione della volontà di potere del cittadino all’interno del sistema di governo della res publica.

Siamo abituati ad intendere la democrazia così come l’abbiamo codificata e resa funzionante. Ma questo non significa che vi sia solo una e solo quella strada. Oggi conosciamo il processo democratico attraverso una variegata serie di passaggi e codificazioni, che si basano sulla somma dei diritti e dei doveri individuali e collettivi, sul loro rispetto, sulla loro rappresentanza. Proprio il concetto di rappresentanza, forse più di ogni altro, è la misura della nostra democrazia, che è rappresentativa appunto. Non potendo, per ovvie ragioni, ognuno rappresentarsi da sé, rappresentare i propri diritti e imporsi i doveri, si fa leva sull’istituto della delega alla rappresentanza, attraverso il voto, diretto o indiretto, ed attraverso varie forme di controllo che, in ultima istanza, sempre sul quel principio fondano la loro validità.

Ora però, se proviamo a guardare da un ottica “in negativo” questi principi, è anche vero il contrario: posso esprimere il mio volere di potere anche sottraendomi al processo della rappresentanza. Un po’ quello che succede quando assistiamo a gesti eclatanti e fortemente simbolici, come la rinuncia al documento d’identità o al certificato elettorale.

Il potere politico istituzionalizzato definisce spesso queste manifestazioni “fenomeni di qualunquismo”. Che però è un’archiviazione comoda solo per il potere stesso, che così evita di interrogarsi e tenta di delegittimare i processi che non può contenere o controllare. Questi fenomeni muovono invece da un altro tipo di costatazione, e si manifestano sempre più nelle democrazie maggiormente elaborate, dove è più difficile per il singolo intervenire direttamente sul potere. Il cittadino giunge a questo tipo di conclusione: “ho delegato altri a rappresentarmi, questi altri hanno costituito il potere ma della rappresentanza dei miei diritti non c’è traccia; allora rinuncio al diritto stesso”. Nell’esempio all’inizio dell’articolo, il ragionamento è più o meno: “ho il diritto alla sanità e qualcuno è delegato a rappresentarlo, ma non ho i servizi all’altezza dei bisogni; allora rinuncio al diritto alla sanità”. Un discorso che potrebbe valere, ovviamente, per qualsiasi settore. Ripeto, sembrerebbe un controsenso ma non lo è. Nell’ottica del singolo che chiede la rinuncia al suo diritto, non c’è la paura di perdere un servizio, che già denuncia di non avere, ma la voglia di non vedere più nessuno che si arroghi della rappresentanza di quel diritto senza che egli trovi soddisfazione: “se non ho servizi all’altezza nel campo sanitario o in quello della viabilità o dei trasporti, non voglio nemmeno nessuno che rappresenti politicamente questi diritti; via gli assessori competenti, le sovrastrutture del potere organizzato, via tutto”.

Vi sono sovrastrutture per il rispetto dei doveri e vi dovrebbero essere sovrastrutture per la soddisfazione dei bisogni e la tutela dei diritti. Se queste non funzionano, allora non voglio nemmeno quelle. La suprema rinuncia è poi quella alla rappresentanza in quanto principio. Niente diritti, niente rappresentanza, sembra dire il cittadino che rifiuta la propria carta d’identità od il proprio certificato elettorale. E niente rappresentanti, dal parlamento al consiglio comunale, relative prebende incluse.

Siccome non si riesce ad uscire unilateralmente da una situazione di gestione del potere, come già aveva notato Tucidide, a meno di non negarla alla radice, allora, attraverso questa particolare “democrazia in negativo” il singolo tenta di far saltare il banco, quasi a voler rendere realmente “cosa vuota e non prendibile”, come lo definisce Lucrezio, il potere.

La forza di simili azioni dei singoli, ovviamente, è legata al numero di quanti le mettono in pratica.

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