Pubblici servizi e piccoli centri

La democrazia è antieconomica. Lo è perché non deve sottostare per forza alle regole dell’utile e lo è perché tende ad affiancare all’obiettivo del vantaggio il metodo del giusto, mirando a non attestare al primo la supremazia sul secondo.

Non si possono, quindi, imporre alla democrazia i dettami dell’efficacia e dell’efficienza a tutti i costi senza snaturarla. Perché in democrazia si tende, o si dovrebbe, a non lasciare indietro nessuno, a cercare la mediazione per non penalizzare una parte piuttosto che un’altra, a non misurare i risultati solo in senso economico.

Lo stesso procedimento decisionale, sotto il profilo tecnico-ragionieristico, è un ingiustificato spreco di tempo e risorse. Una dittatura, al contrario, è più immediata, efficace ed efficiente. “Sotto Mussolini”, si diceva, “i treni giungevano in orario”. Ma dato che il lavoro del politico non è solo quello del capostazione, per riprendere una geniale battuta di Massimo Troisi, gli svantaggi in quel sistema erano più dei vantaggi, e non sto qui a spiegarli.

Il perché di questa lunga premessa è presto detto: per ricordare ciò che spesso si dimentica, ovvero che la democrazia è più complicata della ragioneria e che la buona politica non si esprime solo nei conti in ordine (cosa di cui, peraltro, non intendo sminuire l’importanza).

La politica è previsione, è progetto: si ha un’idea e si perseguono degli obiettivi quando si prendono delle decisioni, quando, in politica, si fanno delle scelte.

Certo, alcune condizioni e determinate situazioni limitano le possibilità di azione; ma la politica non procede mai per scelte obbligate, né può nascondersi dietro queste. In politica c’è sempre un’altra strada, altrimenti è la politica a non esserci.

Un tecnico può operare sotto dettatura delle circostanze, un politico non dovrebbe mai; una scelta politica è sempre una scelta voluta, in ossequio ad un’idea, mai l’unica possibile.

Ora, di grazia, qual è il progetto, la previsione, l’obiettivo prefissato e l’idea politica sottesa alla continua, inesorabile e progressiva soppressione dei servizi pubblici nei piccoli centri abitati?

Qualcuno potrebbe rispondere: “ma quelle sono scelte dettate dalla logica dei numeri”. Questa, però, sarebbe una risposta fuorviante oltre che basata sul presupposto, di cui prima si diceva, che la scelta, in politica, possa essere obbligata.

La risposta è fuorviante perché sposta l’attenzione sulle azioni, ma la domanda mirava a conoscere le idee politiche che le determinano.

Cioè, quella risposta chiarisce il come, non il perché. O meglio, dà conto dell’atto amministrativo, non del motivo politico.

Dire che si chiude un ufficio pubblico perché il numero degli utenti è inferiore a 100, facciamo per ipotesi, non chiarisce il “perché” vero della chiusura. Di fatti, 100 non è mica un parametro “di Natura”: è stato fissato arbitrariamente, come si sarebbe potuto fissare 10 o 1.000.

E poi, un solo parametro non descrive la realtà. Chiudere un ufficio in un piccolo comune per lo scarso numero di utenti senza dare il giusto peso ad altri fattori (distanza dall’ufficio più prossimo, difficoltà di collegamento, composizione della popolazione) non è poi tanto razionale come sembra.

Spesso alcuni servizi sono un baluardo contro il definitivo “esaurirsi” dei piccoli centri: lo sono per il dato economico ed occupazionale e per il mantenimento di un minimo di standard di qualità della vita. Ma lo sono anche per il valore simbolico di comunità ed identificazione che rivestono. Togliere una scuola, un ufficio pubblico, un presidio sanitario, oltre a tutto il resto, contribuisce anche a smantellare i simboli di una comunità e a disaggregarne il portato unitario.

Quindi, procedere con le soppressioni senza essere in grado di disegnare percorsi alternativi significa, nei fatti, continuare a contribuire ad aggravare le cause del progressivo spopolamento dei piccoli comuni.

Una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta: togliere servizi per il sopravvenire dello spopolamento, e contribuire, togliendo i servizi, allo spopolarsi dei comuni.

E poi, infine, non è mica iniziato per la caduta di meteoriti o per il sopraggiungere di un’era glaciale il fenomeno dello spopolamento dei piccoli centri. Nasce da scelte ben precise, con responsabilità individuabili, che seguendo mirate idee e logiche di “sviluppo” hanno determinato la marginalizzazione ed il progressivo “esaurirsi” dei piccoli comuni.

Insomma: “scelte politiche” hanno determinato l’avvio dello spopolamento ed altre “scelte” prese in ossequio a parametri individuati dalla “politica” contribuiscono ad accelerarne il decorso. Un danno ed una beffa contemporaneamente.

Quindi, tornando alla domanda di prima, qual è il progetto, la previsione, l’obiettivo prefissato e l’idea politica sottesa a tutto ciò?

Una domanda legittima, a meno di non voler pensare che si è incautamente determinata una valanga ed ora se ne accelera il corso intervenendo senza avere una visione adeguata della situazione.

Questa voce è stata pubblicata in economia - articoli, politica. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento