La proposta della Cgil di aumentare le tasse ai ricchi e lo scontro con Confindustria

Se servono soldi non si può far altro che chiederli a chi ne ha di più. È stato un ragionamento di buon senso quello che ha mosso la Cgil, alcuni giorni fa, a proporre di aumentare l’aliquota di tassazione di 5 punti percentuali, dal 43 al 48, ai redditi superiori ai 150 mila euro annui.

Lo stesso buon senso che spinse, qualche anno fa, il partito di Rifondazione Comunista a iniziare una campagna pubblicitaria per chiedere di aumentare le tasse ai più benestanti, supportata dallo slogan, ironico e provocatorio, “Anche i ricchi piangano”, con tanto di panfili e ville di lusso sullo sfondo.

E che ci sarebbe di male? Aumentare le tasse a un lavoratore dipendente, a un operaio o a un impiegato, sarebbe come strozzarlo. Altro che rilancio dell’economia. Se uno guadagna 900, 1000 € al mese è già tanto se riesce a vivere, figuriamoci se può contribuire ancora di più al risanamento delle casse dello Stato. Diverso è il caso dei manager, degli imprenditori o, che so io, dei politici. Chi guadagna 150 mila euro all’anno, anche se dovesse pagarne quasi la metà in tasse gliene rimarrebbero pur sempre più di 75 mila. Che fanno circa 7 mila al mese: altro che problema della terza settimana. E i super manager, quelli che guadagnano milioni? E che dire, poi, di chi guadagna un milione di euro solo per organizzare un festival musicale?

Il reddito medio degli italiani è di circa 16 mila € l’anno (fonte Banca d’Italia, reddito singoli percettori riferito al 2006). Significa che, mediamente,  ci vogliono 62,5 italiani per guadagnare in un anno quanto ha preso in due mesi chi ha organizzato Sanremo. Questo mediamente, perché c’è da considerare che il 90 per cento delle famiglie italiane si divide il 55 per cento della ricchezza prodotta e, di contro, il 45 per cento della ricchezza totale del nostro Paese è nelle mani del 10 per cento delle famiglie.

Una redistribuzione della ricchezza diventa necessaria. Se patto sociale e collaborazione fra i diversi ceti della popolazione ci deve essere, non può che passare attraverso norme come questa. Probabilmente non sarà risolutiva, ma certamente è giusta. Se non fosse stata già vanamente abusata come definizione, la potremmo chiamare “Robin Hood Tax”. Sarebbe anche “mediaticamente” conveniente per il Governo che l’attuasse, visto che colpirebbe solo un minima parte di società (che comunque non vedrebbe per questo compromesse le proprie possibilità di benessere), ma sarebbe sicuramente ben accetta dalla stragrande maggioranza della popolazione. Sarebbe un successo politico. Tutto sommato, nemmeno per i ricchi sarebbe un problema reale versare un 5 per cento in più di tasse. Farebbero bella figura e non metterebbero in crisi il loro stile di vita.

E allora perché Confindustria immediatamente ha bocciato la proposta della Cgil? Davvero per paura di pagare qualcosina di più in tasse? No, io credo che la verità l’abbia svelata proprio il vicepresidente dell’associazione degli industriali nella sua immediata levata di scudi “Un’operazione del genere – ha affermato in proposito Alberto Bombassei – alimenterebbe solo una lotta di classe superata da anni e porterebbe ben poco nelle casse dello Stato”.

E in effetti è quello il problema. La proposta della Cgil traccia un limite ineludibile per dividere la società: chi sta da un lato e chi sta dall’altro, chi ha di più e chi ha di meno, chi sfrutta e chi è sfruttato, si sarebbe detto in altri tempi. Anche l’equidistanza, o equivicinanza di andreottiana memoria, in una siffatta prospettiva non sarebbe più un mero esercizio di neutralità.

Negli ultimi anni, attraverso la riforma del mercato del lavoro, la diversificazione dei contratti, la modularità dell’organizzazione della produzione il mondo del lavoro era stato talmente tanto frammentato che il lavoratore non riusciva più a sentirsi parte di uno stesso percorso. L’impiegato non solidarizzava con l’operaio, che si distaccava dall’insegnate, che poneva dei distinguo rispetto all’operatore della sanità, e poi, ancora, la grande distinzione fra precari e garantiti. E anche il precariato, in sé, non era condizione sufficiente a fare “classe”; al suo interno c’era l’operatore del call center a 400 € al mese, ed il consulente da 200 mila l’anno: difficile che avessero le stesse esigenze.

Negli ultimi mesi (sono partigianamente ottimista in questa conclusione) diversi eventi sembrano, però, raccontare anche un’altra verità. La lotta degli insegnanti insieme con gli alunni ed i genitori a difesa della scuola e lo sciopero congiunto del pubblico impiego e dei metalmeccanici della Cgil disegnano una prospettiva diversa. Ecco perché la proposta dell’aumento della tassazione dei redditi alti è aborrita dai vertici di Confindustria.

Su quel confine non si può ciarlare. Non è un limite soggetto a interpretazioni, a punti di vista. O sei ricco o non lo sei. E se non lo sei, non hai nessuna posizione di rendita da salvaguardare attraverso la conservazione dello status quo.

La paura trapelata dalle dichiarazione del numero due di Confindustria è proprio questa: che risorga il concetto di classe legandosi non a visioni identitarie, ma a dati fattuali, ineludibili, inevitabilmente presenti in ogni occasione di confronto. È chiaro, che su di un siffatto terreno non si può barare, non si può tentare il vecchio trucco del divide et impera.

Quella tra ricchi e poveri è una distinzione grossolana, certo. Ma è definita. Ora chiedetevi a chi conviene, in una tale divisione, tenere distinto il limite fra le diverse condizioni? 

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