Però è dal 2008 che va così

«È andata male, il risultato è negativo, inutile girarci attorno. Molto al di sotto di quello che ci aspettavamo». Sono le laconiche dichiarazioni di Nicola Fratoianni, uno dei leader della compagine La Sinistra, sul voto di domenica scorsa raccolte dal Corriere della Sera il giorno dopo le elezioni. E il parlamentare di Liberi e Uguali ha ragione. Solo che quella che fa è tutt’altro che un’analisi nuova. Soprattutto, tutt’altro che imprevista.

Nei numeri, sì, anche a me ha impressionato in negativo. Avevo messo in conto che La Sinistra potesse non raggiungere la soglia di sbarramento, ma che stesse poco sopra l’1,5 per cento, sinceramente no. Eppure, è successo. E non è la prima volta che, da quelle parti, si sbaglia (meglio, sbagliamo) i conti con la realtà elettorale. Ricordo l’avventura del 2008, con la Sinistra Arcobaleno: si partiva forti di dati parlamentari e sondaggi entusiastici, si mancò l’obiettivo del 4 per cento. E poi, le europee dell’anno successivo: tutti divisi, nessun seggio preso. E ancora il 2013, divisi di nuovo ma con Sel che spunta uno striminzito 3,2 e accede alla rappresentanza nelle Camere grazie al fatto di essere in coalizione col Pd. L’anno dopo, la Lista Tsipras, e quella soglia di sbarramento superata di un capello con tre soli parlamentari pronti a litigare fra loro la sera stessa della chiusura delle urne. Di quest’anno s’è già detto. Io non so più che pensare, ma se non è coazione a ripetere, poco ci manca. Mi chiedo solamente, dopo più di dieci anni: si va avanti così, o si prova a cambiare strada?

Lo so, nella società del digitale, sul codice binario viaggiano anche le risposte che i cittadini dallo alle loro stesse domande politiche. E la semplificazione fa sì che l’esaustività di un bisogno la si legga nelle possibilità e nelle disponibilità esclusive di chi ha in mano le leve del comando, del potere. Se non sei lì, non ci sei; la rappresentanza, in quest’ottica, non è contemplata. Figuriamoci quella che non riesce nemmeno più a essere espressa nelle istituzioni a tanto deputate.

Di per sé, non sarebbe un limite, se intendessimo la politica come quella pratica a cui si può dar corso ugualmente stando fuori da aule parlamentari o consiliari. Ma so che chi invece si spende per quelle forze politiche che poi ne rimangono fuori, proprio nelle sedi della rappresentanza intenderebbe usare la propria voce per far valere le sue idee. Se è così, però, decidete cosa fare per dare soluzione a una storia che si trascina immutata da oltre due lustri. Al limite, persino ipotizzando di vedere in altre forze politiche meglio organizzate quelle camere di rappresentanza in cui, in percentuale, discutere e proporre le vostre idee.

D’altronde, non è quello che han fatto e fanno i vari Sandres e Corbyn a cui pur guardate?

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