Ha ragione Blu: il problema è l’ipocrisia

Ha destato non poco clamore il fatto che uno street artist come Blu, autore di diversi murales a Bologna, abbia deciso di cancellare, distruggere, coprire le sue opere per sempre. Il perché è presto detto, come si può leggere sul sito del collettivo di scrittori Wu Ming a cui è affidata la spiegazione del gesto: «Il 18 marzo si inaugura a Bologna la mostra Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano, promossa da Genus Bononiae, con il sostegno della Fondazione Carisbo. Tra le opere esposte ce ne saranno alcune staccate dai muri della città, con l’obiettivo dichiarato di “salvarle dalla demolizione e preservarle dall’ingiuria del tempo”, trasformandole in pezzi da museo. […] Non stupisce che ci sia l’ex-presidente della più potente Fondazione bancaria cittadina dietro l’ennesima privatizzazione di un pezzo di città. Questa mostra sdogana e imbelletta l’accaparramento dei disegni degli street artist, con grande gioia dei collezionisti senza scrupoli e dei commercianti di opere rubate alle strade. […] La mostra Street Art. Banksy & Co. è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi».

Cosa dice l’artista? Che quell’arte nasce per essere gratuita, al di fuori del ciclo merce-denaro che sostiene lo scambio commerciale: è in un certo senso “dono”, ecco perché fa più paura. Volerla normalizzare è un tentativo di riportarla nel novero di quella speculazione monetaria, sui beni altrimenti fruibili senza costi dalla collettività, che questo tipo di arte combatte. La street art non è una pratica decorativa, è gesto politico. Dai soggetti che sceglie come rappresentazione ai luoghi che individua come supporti: tutto parla il linguaggio della denuncia e della lotta ai mali dell’ordine costituito: in un museo proprio non c’entra. È conflitto, come quello che va in scena nell’opera di Blu sul muro del centro sociale XM24, che gli sponsor della mostra vorrebbero probabilmente sgomberato a colpi di manganello, fra chi si ribella cercando di riappropriarsi della terra su cui vive, tirando zucche e cocomeri, e chi, protervamente, difende la città che ha edificato, rispondendo lanciando i simboli dell’opulenza, quei salumi e mortadelle che di Bologna Guccini cantava “in vetrina”. In alto, e non coperte, le fiamme che ricordano altri sgomberi, quelli dei collettivi di Atlantide voluti dall’amministrazione comunale nell’ottobre del 2015.

Perché è tutta qui l’ipocrisia di quella mostra: vorrebbe esporre a pagamento ciò che gratuitamente condannerebbe. Vorrebbe ammirare l’artista che fuori arresterebbe per “offesa al decoro urbano”. Vorrebbe staccare biglietti per far vedere una cosa nata per rendere migliori e più belle quelle periferie che diversamente non vuole guardare, se non quali ipotetiche zone di espansione per potenziali speculazioni edilizie fatta a colpi di piani “regolatori” e concessioni.

Un logica da “sepolcro imbiancato”, o meglio, “ingrigito”, come grigio è il mantello di vernice che Blu stende sulle sue realizzazioni, per celarle non alla vista ma all’inserimento nel circuito mercantile e istituzionale dell’arte ufficiale, che per il suo lavoro ha già pronta l’etichetta da archivio, “muralismo”, in modo che non dia scandalo e se ne possa parlare con borghese accondiscendenza nei salotti giusti, fra tè e pasticcini, sigari e cognac.

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1 risposta a Ha ragione Blu: il problema è l’ipocrisia

  1. Fabrizio scrive:

    Hanno ragione i precari e non solo:
    ISTAT, INPS, CONFINDUSTRIA …………. sono ipocriti perche’ hanno abdicato dalla comunicazione fattoriale aggregata ed integrata.
    Nascondere la verita’ suddividendola a pezzi , molti ma ben confusi!
    Il giorno prima un primo attore mediatico comunica un indice “”aumento dell’ occupazione” ; un giorno dopo un altro attore mediatico comunica un’ altro indice”riduzione richieste di indennita’ di disoccupazione “;tre giorni prima un attore che soffre altamente di sudditanza governativa comunica aumento della produzione che non si registrava da sette anni.
    Una domanda sorge spontanea: lo sono o lo fanno!
    Il settore industriale ” quello italiano” e’stato disossato e la polpa e’ stata venduta ai cinesi, brasiliani, tunisi, arabi…….
    La disoccupazione dei ns.giovani e’ catastrofica e quelli che hanno trovato lavoro , precari a tempo determinato trimestrale, oggi non possono piu’ usufruire dell’ indennita’ disoccupazionale perche’ goduta in questi ultimi due anni.
    Ma possiamo ancora accettare queste forme di comunicazione del campo cavallo che l’ erba cresce!

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