Contro la violenza, per cambiare la cultura

Cos’è la violenza contro le donne? Sono le centinaia di compagne, madri e figlie uccise, certo. Sono le aggressioni quotidiane, gli stupri, ovvio, ma anche le molestie e le offese. Sono il ricatto di una doppia morale ancora troppo presente, e le norme e le leggi agite sul loro corpo come fosse campo e spazio di battaglia politica, sicuramente.

Ma è anche il prodotto di una cultura dominante che conduce e induce alla mercificazione degli esseri umani e delle loro caratteristiche, particolarmente feroce e violenta, appunto, sulle donne e sul loro corpo. Una cultura che troppe volte rende prodotto l’essere donna, facendone oggetto da vendere o strumento per vendere, tutto, dalle colle alle vacanze, e usa quella bellezza come leva per sollevare il desiderio da incanalare nel processo economico. Comportandosi, così, da apprendista stregone che evoca forze a cui non sa far fronte.

Perché una volta ridotta a quello l’immagine femminile, è la donna stessa a diventare oggetto del possesso e del dominio. Per questo diviene intollerabile la sua autonomia, per questo a essa si oppone l’unico strumento che rimane nelle mani di chi, incapace di gestire quella relazione come rapporto fra individui diversi, e anche contrapposti, vede vane e frustrate le proprie aspettative: l’esercizio della violenza come forza dinnanzi alla disperazione.

Quei copri in cui si incidono i simboli vincenti della società, nei codici dominanti del marketing e della pubblicità, diventano quelli su cui si scaricano i segni della sconfitta del singolo. Forse in nessun’altra parte al mondo come in Italia, l’immagine femminile è così abusata all’interno del circuito dello scambio simbolico e delle merci: una violenza più subdola, ma non per questo meno dannosa, per gli effetti a lungo termine che ha sulle menti e nell’immaginario collettivo.

Il dramma, e lo dico con un’enorme pena nel cuore, è che tale canone rovesciato, sia accettato e fatto proprio anche da molte donne, troppe. Donne che non trovano nulla di male nel fatto che per qualsiasi lavoro si richieda la “bella presenza”, e che quindi, per qualsiasi ruolo sociale sia spendibile, in un immotivato surplus di commercializzazione estetica, una più o meno parziale vendita del proprio aspetto, del proprio apparire, infine, del proprio corpo.

Ecco, sottrarre la bellezza e la femminilità a questo mercimonio e ricollocarle nella sfera che sarebbe loro propria, quella dell’autonomia, che può farsi dono o riservatezza, senza per l’uno o per l’altro motivo diventare oggetto. Ricominciando da oggi, 25 novembre, perché contro la violenza sulle donne si lavora lottando contro la cultura, per cambiarla, per renderla migliore.

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