Il liberismo economico non è il Vangelo

Salve a tutti,

            oggi voglio riportarvi qui di seguito un intervento del già premio Nobel per l’economia, nonché ex capo economista della Banca Mondiale, Joseph Stiglitz, pubblicato questa mattina da “Affari e Finanza”, settimanale di economia del quotidiano “La Repubblica” . Non riporto il suo articolo perché voglio riempire il blog e non ho nulla da scrivere, ma perché sono pienamente convinto che anche interventi come questo servono alla mia – e per fortuna non solo mia –  causa: dimostrare che il liberismo in economia non è il Vangelo secondo Wall Street, e che opinioni diverse sono non solo possibili, ma anche legittime. Un aneddoto è necessario, a mio avviso, per chiarire la dimensione del personaggio e la sua levatura morale, per non dire della sua infinita onestà intellettuale. Stiglitz, infatti, lasciò il suo incarico di capo economista della BM perché non condivideva le ricette di matrice americana che la stessa Banca, e con essa il Fondo Monetario Internazionale,  proponevano  per far fronte alla crisi dell’Asia orientale. Buona lettura, ed alla prossima per i commenti.

 

Quest’anno ricorre il decimo anniversario della crisi dell’Asia orientale, che ebbe inizio in Tailandia il 2 luglio del 1997, investì l’Indonesia in ottobre e arrivò in Corea in dicembre. Alla fine si trasformò in una crisi globale che coinvolse la Russia e i Paesi dell’America Latina, tra i quali il Brasile, provocando conseguenze a catena che continuarono negli anni successivi. La crisi argentina del 2001 può sicuramente essere annoverata fra le vittime.

Ma di vittime innocenti ce ne furono molte altre, tra le quali Paesi mai neppure coinvolti nel flusso internazionale di capitali, all’origine della crisi. Tra i Paesi più colpiti vi fu il Laos. Benché ogni crisi abbia necessariamente fine, all’epoca nessuno sapeva quanto vaste, profonde e durature sarebbero state le conseguenti recessioni e depressioni. Si trattò in effetti della crisi globale più grave dai tempi della Grande Depressione.

In qualità di capo economista e vice presidente senior della Banca Mondiale, mi trovai nel bel mezzo di quella crisi e dei dibattiti a essa inerenti, sulle sue cause e sulle risposte politiche più appropriate.

L’estate e l’autunno scorsi sono tornato nei Paesi investiti da quella crisi: ho visitato Malesia, Tailandia e Indonesia ed è stato confortante per me costatarne la ripresa. Questi Paesi oggi hanno tassi di crescita del 5 – 6 per cento annuo o anche più, non come ai tempi del miracolo dell’Asia orientale, ma nondimeno pur sempre più apprezzabili di quanto si ritenesse possibile all’indomani della crisi.

Molti Paesi hanno modificato le loro politiche, ma lo hanno fatto in direzioni completamente diverse dalle riforme caldeggiate dal Fmi, il Fondo Monetario Internazionale. Il fardello più pesante legato alla crisi – retribuzioni minime e disoccupazione alta – è ricaduto sulle spalle dei poveri. A mano a mano che andavano crescendo, molti di questi Paesi hanno dato sempre più importanza all’“armonia”, nel tentativo di porre rimedio al crescente divario tra ricchi e poveri, tra città e campagne. Hanno dato maggior peso agli investimenti nelle persone, hanno lanciato iniziative innovative per garantire a un numero maggiore di loro cittadini i servizi sanitari e l’accesso ai finanziamenti, e hanno creato altresì fondi sociali per sostenere lo sviluppo delle comunità locali.

Ora, considerando quella crisi a dieci anni di distanza, possiamo prendere atto sinceramente di quanto sia il Fondo Monetario Intenazionale che il Tesoro degli Stati Uniti abbiano sbagliato diagnosi, prescrizione e prognosi.

Il problema principale fu la prematura liberalizzazione dei mercati finanziari. E’ pertanto paradossale constatare che il Segretario del Tesoro degli Stati Uniti preme nuovamente per una liberalizzazione del mercato finanziario in India, uno dei paesi in via di sviluppo più importanti (insieme alla Cina) ad essere sopravvissuto incolume alla crisi del 1997.

Non è affatto un caso, in realtà, che questi Paesi che non avevano interamente liberalizzato i loro mercati finanziari siano andati così bene. Una successiva ricerca del Fmi ha confermato ciò che ogni serio studio aveva dimostrato: la liberalizzazione dei mercati finanziari porta instabilità ma non necessariamente crescita. (India e Cina sono state, nella stessa misura, le economie a più rapida crescita).

Ovviamente, Wall Street (i cui interessi sono rappresentati dal Tesoro degli Stati Uniti) trae profitto dalla liberalizzazione dei mercati finanziari: realizza utili quando i capitali affluiscono, quando rifluiscono e nella ristrutturazione di tutto ciò che accade nello scompiglio che ne consegue. In Corea del Sud il Fmi aveva sollecitato la vendita delle banche del Paese agli investitori americani, quantunque i coreani per quarant’anni avessero gestito in maniera impeccabile la loro economia, con una crescita maggiore, con più stabilità e senza gli scandali sistemici che hanno ripetutamente segnato i mercati finanziari degli Stati Uniti.

In qualche caso le società statunitensi hanno acquisito le banche, se le sono tenute fino a quando la Corea non si è ripresa e poi le hanno rivendute, ricavandoci miliardi in capital gain.

Nella sua precipitazione di far sì che gli occidentali rilevassero le banche, il Fmi ha trascurato però un dettaglio: garantire che la Corea del Sud potesse rientrare in possesso di almeno una parte di quegli utili tramite le tasse. Potrebbe rimanere da assodare se gli investitori americani avessero effettivamente grandi capacità nelle attività bancarie nei mercati emergenti, ma è indiscutibile che avevano un’enorme esperienza nell’eludere le tasse.

Il contrasto fra i consigli elargiti da Fmi/Tesoro Usa all’Asia orientale e ciò che si è verificato nell’attuale dèbacle dei subprime è inoppugnabile. Ai Paesi dell’Asia orientale era stato suggerito di alzare i tassi di interesse – in alcuni casi anche del 25 per cento, del 40 per cento o ancora di più – provocando un’ondata di insolvenze. Nell’attuale crisi, invece, la Federal Riserve statunitense e la Banca Centrale europea i tassi di interesse li hanno tagliati.

Nello stesso modo, ai Paesi coinvolti nella crisi dell’Asia orientale era stata predicata la necessità di maggiore trasparenza e migliori normative. Tuttavia, proprio la mancanza di trasparenza ha avuto un ruolo cruciale nella crisi del credito della scorsa estate: mutui altamente deleteri erano stati tagliati, smembrati e disseminati un po’ ovunque in tutto il mondo, confezionati all’interno di prodotti migliori, nascosti come collaterali, così che non si potesse essere sicuri di chi effettivamente possedeva cosa.

Inoltre, adesso si leva il coro di voci di coloro che vogliono invitare alla prudenza, che mettono in guardia dalle nuove normative che si presume possano rallentare i mercati finanziari (ivi incluso il loro sfruttamento di mutuatari inconsapevoli e non informati, la vera radice del problema). Infine, a dispetto di tutti i moniti sui rischi morali, le banche occidentali sono state in parte salvate dal fallimento dovuto ai loro cattivi investimenti.

In seguito alla crisi del 1997 si convenne che era assolutamente necessario procedere a una riforma radicale della compagine finanziaria globale. Nondimeno, mentre l’attuale sistema può effettivamente portare ad un’instabilità eccessiva, e imporre alti costi ai Paesi in via di sviluppo, esso serve molto bene alcuni specifici interessi. Non stupisce di conseguenza che, a dieci anni di distanza, di una riforma radicale non ci sia neppure l’ombra. Né, ancor più, stupisce che il mondo ancora una volta possa trovarsi a dover affrontare un periodo di instabilità finanziaria globale che potrebbe avere conseguenze incerte per l’economia del pianeta.

Copyright: Project Syndacate, 2007 – Traduzione di Anna Bissanti

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