Un’altra via non la conosco

Io sono il sogno del loro giorno eterno,
il sogno sognato in miniere senza luce;
io sono il loro buio e il loro raggio supremo,
il loro silenzio e la lor voce: parlo e scrivo
perché loro sognarono ch’io scrivessi e parlassi
della lor morte in nessun registro notata.

I versi che leggete sopra sono di Joseph Tusiani, da Carme bisecolare (nella raccolta Gente mia e altre poesie, edizioni Gruppo Cittadella Est, 1978, qui in M. Avagliano, M. Palmieri, Italiani d’America. La grande emigrazione negli Stati Uniti, Il Mulino, 2024, pag. 455). Ci ho pensato l’altro giorno, quando, sviluppando una conversazione con un amico a proposito del tema del mio post del 28 luglio scorso, con non poche ragioni lo stesso mi ha fatto notare che può apparire spocchia, quella del ceto medio intellettuale, il definirsi tale solo per la cultura, in una società e in un tempo che non considera più quella una via di riscatto. Forse ha ragione; e però, io, un’altra strada, non la conosco.

Provando a spiegare meglio quel che intendo, aiutandomi con le parole e le immagini di altri, in un episodio di Appena sbarcati, vecchia fiction Rai sulle condizioni degli emigrati italiani nel Nuovo Mondo (le sequenze che lo contengono, sono ora visibili su RaiPlay, Storie di Migranti – L’arrivo in America, breve quanto completo documentario su quegli anni di fine Ottocento, inizio Novecento), si vede un traduttore aggregato alla commissione di valutazione delle domande per ottenere il diritto alla permanenza negli Stati Uniti chiedere a tre migranti italiani di raccontare tutta la loro storia e le vicissitudini occorse loro nei mesi trascorsi in America e anche prima, a cominciare dal viaggio intrapreso per attraversare l’Atlantico. Qui il breve dialogo:

Traduttore/commissario: «Intanto […], come ti sei pagato il viaggio?».
Migrante: «Me lo pagò Nicola Salicini, l’agente di immigrazione che venne al mio paese, a Corleone».
Traduttore/commissario: «E ti ha fatto firmare una carta?».
Migrante: «Sissignore, mia moglie e io, insieme. Sulla casa, il terreno, la vigna; tutto. Per 250 franchi».
Traduttore/commissario: «Ti ha fatto pagare il viaggio 250 franchi? Ma se ne costa appena 115. Ma si può sapere perché vi fate truffare in questa maniera?».
Migrante: «Eh, eh, perché. Perché, chi ha studiato, le cose prima le sa, e poi le fa. Noialtri, invece, poveri ignoranti, prima le facciamo, e poi le capiamo».

Credo sia esattamente il senso di tutto quello che, pure in forza di esperienze non diverse da quella lì raccontata, da un certo punto in poi, alla mia schiatta è stato insegnato. Capitò così che i figli e i nipoti dei contadini analfabeti delle tante Gagliano divennero insegnanti, avvocati, ingegneri, dottori, anche solo diplomati alla scuola dell’obbligo: imparando a sapere le cose, prima di farle. Almeno per evitare i raggiri di qualche agente di immigrazione capitato per lucro in paese, o di altri figuri e signori della sua forza e motivazione.

Potrei dire, parafrasando il Manzoni, che in quelle poche parole ritrovate per caso in un film a episodi di tanto tempo fa, sta il sugo della mia storia. Anzi, a proposito dei Promessi sposi, nelle pagine dell’opera magistrale del Manzoni c’era già quel messaggio, e proprio nei paragrafi in cui lo stesso autore propone «il sugo», il senso di tutte le vicende narrate.     

Il XXXVIII capitolo del romanzo, infatti, si chiude con Renzo che ripercorre in controluce le sue vicende, cercando in esse un significato più profondo e morale, raccontando poi di quello che da queste aveva imparato. Nel presentarne i ragionamenti, l’autore ci racconta pure che: «Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese, affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro».

Appunto: per non soccombere a quella e alle altre birberie del mondo degli uomini.

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