«In recent weeks, there have been encouraging signs of opposition to Trump, on the streets and in the courts. Cory Booker, Chris Murphy, Alexandria Ocasio-Cortez, and Bernie Sanders are among the clearest voices of dissent on Capitol Hill. But accommodation and cowardice remain the norm. “We are all afraid,” the Republican senator Lisa Murkowski, of Alaska, said to a gathering in Anchorage. No doubt. The threat of retaliation is no joke, but the Senator’s plaintive cry does not exactly meet the demands of the moment. This is not primarily a matter of competence or a clash over policy. The Trump Administration is carrying out a coördinated assault on first principles. “The limits of tyrants,” Frederick Douglass said, “are prescribed by the endurance of those whom they oppress.” The President will persist in his assault until he feels the resistance of a people who will tolerate it no longer».
Così David Remnick, nel suo editoriale sul New Yorker dello scorso 5 maggio. Una data in un certo qual modo evocativa, per il tema di questo articolo, e un numero del magazine ormai centenario andato in edicola con una copertina capolavoro di Barry Blitt, che i primi cento giorni del Trump II (altro riferimento al 5 maggio?) li riassume con un’affranta Statua della Libertà dietro le sbarre che mi ha fatto pensare ai meravigliosi versi di De André nella sua Rimini: «non regalate terre promesse/ a chi non le mantiene». Suggestioni a parte, si fa per dire, il direttore del settimanale newyorkese ci dice che qualche segnale di resistenza agli attacchi dell’inquilino della Casa Bianca comincia a scorgersi, nelle piazze e nelle sedi di tribunale, e anche in pezzi di opposizione parlamentare. Manca però, a suo dire e pure nella mia opinione, il coraggio di quanti in parlamento lo sostengono, ma vedremo come si svilupperanno le vicende. Sicura è una considerazione, che egli fa riprendendo le parole di Federick Douglass, scrittore, diplomatico e primo afroamericano candidato alla vicepresidenza negli Usa: i limiti ai tiranni sono stabiliti dalla resistenza di quanti essi opprimono. E quindi, aggiunge Remnick, Trump persisterà nel suo assalto ai principi della democrazia finché non sentirà la resistenza di un popolo indisponibile a tollerare ancora. Vale lì, oggi, e vale in altri luoghi, ieri come domani.
Per esempio, il ragionamento che parte dalle parole di Douglass si può fare anche nell’Italia attuale. L’ultimo provvedimento approvato dalla maggioranza l’hanno pomposamente chiamato “Decreto sicurezza” (per i governanti, verrebbe da dire con facile battuta, considerato l’inasprimento delle misure di contrasto alle manifestazioni di dissenso, persino quelle pacifiche, disposto da un ceto di potere distante e distaccato da quelle che sono le cause e il malessere che lo stesso dissenso sostengono). Nella legge del governo Meloni non sono pochi i diritti che vengono schiacciati e compressi, tanto che non mancano i toni preoccupati da parte non solo delle Ong più impegnate nei campi divenuti terreno del populismo penale di governo, ma persino di alcuni rappresentanti delle Nazioni Unite (per un quadro più ampio di cosa preveda il testo licenziato dalle camere e dei potenziali rischi, vi rimando all’ottimo Leonardo Bianchi, su Valigia Blu).
I limiti alle derive autoritaristiche, si diceva, stanno nella forza di resistenza di quanti, da queste, potrebbero essere schiacciati. E nei tempi in cui questa resistenza ha il modo o la volontà di rendersi esplicita. Meglio sarebbe cominciare subito, senza sentirsi lontani dai pericoli solo perché questi, al momento, vengono visti e vissuti solo da delle minoranze; sempre sono le minoranze, i diversi e quanti già vittime del discredito sociale a pagare per primi, come ci insegnò Niemöller a riguardo di stagioni e drammi ben più intensi.
Poi, si sa, a volte quegli autoritari impulsi non si concretizzano per mancanza di acume da parte dei potenti, o gli autoritarismi crollano per ragioni esterne alle azioni dei singoli che, solo allora, si scoprono fra gli ultimi resistenti, tra i primi, però, a lanciarsi nell’oltraggio delle vestigia di quello stesso potere che mai avevano osteggiato e non di rado li aveva avuti quali sostenitori. Anche quello è nel Cinque Maggio, qui inteso come l’opera del Manzoni, che sempre lega al codardo oltraggio il servo encomio.