I prossimi domenica e lunedì 8 e 9 giugno, si terranno i referendum per abrogare alcune norme che hanno reso il lavoro più precario, più insicuro, e il diritto alla cittadinanza più lontano. Nel dettaglio, si voterà per lo stop ai licenziamenti illegittimi e per ripristinare il diritto al reintegro anche nelle grandi imprese in caso di licenziamento ingiustificato (quesito n. 1, scheda di colore verde chiaro), per maggiori tutele nelle piccole imprese, per superare il limite delle sei mensilità e adeguare il risarcimento alla situazione del lavoratore e dell’azienda (quesito n. 2, scheda arancione), per la riduzione del lavoro precario e per reintrodurre l’obbligo di indicare una causale nei contratti a tempo determinato (quesito n. 3, scheda grigia), per una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro, estendendo la responsabilità agli appaltanti in caso di infortuni o morti sul lavoro (quesito n. 4, scheda di colore rosso rubino) e per consentire l’accesso alla cittadinanza italiana dopo 5 anni di residenza, invece di 10 (quesito n. 5, scheda gialla).
Tra i referendum, quello che ha dato e dà più fastidio alla destra reazionaria e istituzionale, tanto da determinarne le scomposte reazioni a cui si è assistito, è quello sulla cittadinanza. Il quesito chiede di abolire la norma contenuta nella legge n. 91 del 1992 che ha portato a 10 gli anni di residenza regolare nel Paese prima di potervi accedere. Se la richiesta fosse approvata (auspicabilmente), quel tempo sarebbe dimezzato, ma rimarrebbero invariati tutti gli altri requisiti: avere un reddito dimostrabile, pagare le tasse, assenza di precedenti penali, conoscenza della lingua italiana. Roba che se li si chiedesse a tutti gli attuali cittadini, saremmo pieni di apolidi. Ma niente, quei 5 anni fanno impressione alla destra: «non si può regalare la cittadinanza; va meritata!». Ecco, questa storia di un diritto “da meritare” è curiosa. Leggendo dalla Treccani, la cittadinanza è la «condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta». Quindi, accettando la logica contorta dei “meritevoli”, è all’individuo che bisogna guardare, ed è quest’ultimo, nel caso, a dover eventualmente dimostrare tale merito. A meno che non si ritenga che quella appartenenza abbia a che fare col sangue, e che nel sangue sia da guadagnare, non è il nonno a Caporetto, il trisavolo a Solferino, l’avo alle guerre puniche, a darne diritto. E allora, quale merito ha il singolo plaudente e votante di quanti così parlano per la sua cittadinanza che sventola quale vessillo identitario? Nessuno, appunto, se non quello che il caso gli ha concesso nascendo. Stando a quell’idea, gli unici ad avercelo, quel merito, sarebbero proprio quelli che, con parola altrettanto curiosa, si dicono «naturalizzati».
Tra l’altro, oggi è la festa della Repubblica, la stessa che è fondata su quel lavoro che i referendum puntano a difendere nella sua sicurezza e stabilità e che precisamente dalla contrarietà alle ideologie che vedevano nel sangue, nella razza, la ragione d’ogni cosa. Ed è nata a seguito di un referendum, grazie alla volontà e alla scelta di quanti, allora, decisero di non rimanere a casa e recarsi alle urne.
Diamole senso e consistenza reale: andiamo a votare, l’8 e il 9 giugno.