Scrive Sarah Gainsforth (L’Italia senza casa, Laterza, 2025, pp. 104-105): «Oggi il modello Milano mostra i suoi altissimi costi sociali. Un dato in particolare fotografa gli aspetti escludenti della valorizzazione immobiliare su cui il modello si fonda: solo il 60% delle compravendite di case nella città è assistito da un mutuo, ovvero quasi la metà delle compravendite di case avviene con (ingenti) risorse proprie, ereditate o ottenute vendendo un’altra abitazione Milano non è più una città per studenti, infermieri, autisti e insegnanti, e per quanti dispongono solo di un normale salario. Per questo motivo, il problema della casa si è esteso alla classe media. Per lavorare e studiare a Milano bisogna possedere già una casa, o una famiglia facoltosa alle spalle. In altre città ormai la situazione non è molto diversa: le città a uso investimento non sono città per le persone».
E ingenuamente, qui, ci si chiede: come può, una città, non essere più «per le persone»? Non si tratta di idealizzare quel concetto di paese “a misura d’uomo”, intendendo la facilità con cui si accede ai beni e ai servizi, la comodità con cui ci si può recare a scuola e a lavoro senza lo stress del traffico, il piacere di una passeggiata in un parco o per le vie del centro. No; qua parliamo dell’impossibilità concreta, per chi vive del proprio lavoro senza stipendi stellari, quali, appunto, infermieri, autisti, insegnanti, di poter risiedere nella città in cui lo svolge. Come può esser successo che, non solo i più poveri, ma persino il ceto medio, abbia progressivamente perso la possibilità, confidando solo sulla forza del proprio lavoro, di accedere a un’abitazione dignitosa, in quella metropoli che è l’emblema del successo economico dell’intero Paese?
In un rapporto curato da Massimo Bricocoli, professore di Politiche Urbane e Housing e direttore del Dipartimento di architettura e studi urbani Politecnico di Milano, e Marco Peverini, assegnista di ricerca presso lo stesso Dipartimento, si evidenzia come, tra il 2015 e il 2021, redditi e salari nell’area metropolitana milanese siano saliti solo del 12-13%, mentre, nello stesso periodo, i costi di acquisto delle case sono cresciuti del 41% e quelli d’affitto del 22% (cfr. M. Bricoccoli, M. Peverini, Non è una città per chi lavora. Costi abitativi, Redditi e retribuzioni a Milano, Primo Rapporto di Ricerca OCA (Osservatorio casa abbordabile) sull’abbordabilità della casa, DAStU-Politecnico di Milano, 2023). E quelle case, già non costavano poco prima.
Ma se non è per chi lavora, se non è per gli uomini, per chi è quella città che, a Milano come altrove, si va disegnando? Risposta facile: per il denaro. Nessuna demagogia; la finanziarizzazione dei patrimoni immobiliari, la casa che diventa merce o prodotto per diversificare gli investimenti, il “mattone” che si fa, da luogo di vita, semplice strumento speculativo, è un processo lungo, iniziato in Italia, sull’onda e l’esempio delle svolte liberiste anglo-sassoni, da oltre un trentennio. È un fatto.
E in quel fatto, per naturale evoluzione della dinamica che lì si innerva, ci stanno i risultati che si manifestano. Se è per il denaro e sul denaro che la città si conforma, allora è consequenziale la ricerca della maggiore redditività dell’investimento. Nel grande, come nel piccolo, nelle ingenti proprietà dei fondi immobiliari, che puntano alla massimizzazione del valore dei suoli e degli immobili, e nelle proprietà individuali ricercate sul mercato dai privati, dove al posto del quadrilocale per famiglie, spuntano due bilocali, o tre monolocali per affitti temporanei, brevissimi.
A quanti la città dà da vivere col lavoro, non rimane che farsi più in là.