A dirla tutta, bastava farsi un giro sui social. Non tanto per scoprirne la posizione in classifica, ovvio, per la quale sarebbero potuti mancare i risconti e i raffronti. Ma per capire lo stato delle cose probabilmente sì. Sto parlando dei risultati del Survey of Adult Skills, il monitoraggio Ocse sulle competenze degli adulti nel leggere, scrivere e far di conto, come si sarebbe detto un tempo, delle popolazioni dei Paesi aderenti. Dei trentuno Stati analizzati, l’Italia si ritrova complessivamente al quartultimo posto per quanto riguarda le competenze letterarie, matematiche e di problem solving, lontanissima dalla media dei risultati analizzati, per tacere della distanza da Finlandia, Giappone, Olanda, Norvegia e Svezia.
Per quanto riguarda le capacità letterarie, il 35% per cento degli italiani tra i 16 e i 65 anni ha raggiunto un punteggio pari o inferiore al primo livello di quella rilevazione, rientrando così nella categoria dei cosiddetti “analfabeti funzionali”. Cioè, un terzo degli adulti di questo Paese sa sì leggere e scrivere, ma ha difficoltà, in molti casi gravissime, a comprendere o utilizzare le informazioni che legge. Può capire frasi brevi o testi semplici, si perde invece davanti a periodi complessi, su più pagine o con significati non immediati. La stessa percentuale (35%) la ritroviamo relativamente alle questioni matematiche, dove le difficoltà iniziamo appena c’è da calcolare o risolvere una proporzione, e la si supera abbondantemente, addirittura fino a sfiorare la metà del campione (46%), quando si prendono in esame le facoltà di risoluzione dei problemi con più di una variabile. Insomma, a scuola ci siamo andati perché ci dovevamo andare, però con poco impegno e ancor meno profitto, a giudicare da questi risultati e da tanti altri indicatori che potremmo prendere in esame (dal numero di libri letti per abitante alla conoscenza di una lingua straniera, dei concetti scientifici di base, dei rudimenti dell’economia).
Dicevo che sarebbe bastato un giro sui social perché a volte si leggono o ascoltano cose (quando si riescono a capire, per come sono state scritte e dette), che davvero fanno impressione. Per non parlare delle conoscenze culturali in generale. Quell’indagine, infatti, prende in esame parametri paragonabili tra i diversi sistemi e le differenti scelte scolastiche dei singoli; provando ad allargare la visuale, quali sarebbero i risultati sugli argomenti di storia o geografia? Gli stessi che, appunto, fra un post e un commento, si possono leggere su Internet: vicende immaginarie, confini improbabili, personaggi leggendari scambiati per condottieri storicamente esistiti, patrie inventate ed evidenze negate.
Non andrebbe meglio, quella ricerca, se si confrontasse con materie dal portato, per così dire, più identitario. Prendete la religione: la confusione sulla lettera di quelle fedi, per tacere della dottrina, è tanto più dirompente quanto maggiore è la professione che di questa si fa. Si sventolano crocifissi e rosari al pari di vessilli di parte, ma si ignorano completamente le parole che quegli stessi simboli hanno fondato e riempito di significato.
E in questi giorni di festività solenni, tale aspetto è forse ancora più evidente.