«Dalla piccola rotonda di Canton Mombello partono i raggi Sud e Nord. Ci incamminiamo verso il secondo e saliamo al primo piano. Ci sono detenuti comuni, di media sicurezza. Entriamo in una sezione. Le celle sono rigorosamente chiuse e vengono aperte solo per l’ora d’aria o per le attività dei pochissimi che ne usufruiscono. I letti si arrampicano fino a soffitto, in alcuni casi se ne contano 15, come nella n. 19 di fronte alla quale sostiamo. Gli ospiti sono di etnia, religione, lingua diverse, giovani e vecchi, chi fuma e chi il fumo non lo sopporta, chi ha dipendenze da farmaci e chi disturbi psichiatrici. L’acqua calda scorre solo dalla doccia, un tubo che scarica in una vecchia turca fatiscente, condivisa da tutti gli inquilini del cellone; il bagno funge anche da cucina, sempre che non debba essere utilizzato per i bisogni di qualcuno e, se si è in 15, capita spesso; si mangia a turni, perché non c’è posto per tutti, così come non si riesce a stare tutti in piedi nello stesso momento né a dormire se gli altri parlano. Il malessere cresce, l’aggressività pure. L’inverno è troppo freddo, l’estate troppo calda. Stress e salute sono sempre a rischio. Il sovraffollamento, con le celle chiuse, veicola più facilmente le malattie infettive, perché si moltiplicano blatte, pidocchi, pulci, acari, topi. L’uso di psicofarmaci è altissimo. “Su 391 reclusi, 220 hanno problemi psichiatrici e 150 hanno dipendenze da farmaci. Di sani ne restano pochi – dice un detenuto – e quando una visita medica è urgente non si riesce ad avere subito un dottore né uno psicologo. Non parliamo del lavoro” (solo 14 i detenuti che lavorano per due cooperative esterne e 60 quelli dipendenti dall’Amministrazione). “Siamo troppi – spiega un altro –. È come rimanere in tanti chiusi dentro un ascensore. Nella vita reale, a un certo punto la porta si apre, in carcere invece mai, e quest’anno già 35 persone hanno scelto di scendere dall’ascensore suicidandosi”».
Il reportage di Donatella Stasio dal carcere di Canton Mombello, Brescia, per La Stampa in edicola ieri, lunedì 13 maggio 2024, è da conservare negli annali sullo stato dello Paese. «Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione», recita un adagio attribuito a Voltaire. Il carcere bresciano, in questo, rischia di essere emblematico, a partire dal dato numerico del sovraffollamento: 391 reclusi invece dei 185 stabiliti come capienza massima. Le condizioni di vita, sono di ciò conseguenza. Continuando con i dati, in Italia ci sono 189 istituti di pena per una capienza ufficiale complessiva, al 30 aprile scorso, di 51.167 posti. I detenuti sono invece 61.297, di cui 9.409 in attesa di giudizio. E poi, il più drammatico, quello dei suicidi fra quelle mura: sono stati 84 nel 2022, 69 nel 2023 e sono già 34 in questi primi mesi del 2024 (dal dossier Morire di carcere, curato dall’associazione Ristretti Orizzonti e aggiornato al 6 maggio scorso). Solo così han trovato il modo di farsi aprire la porta, come il Miché della triste ballata di De André.
Perché il tema è anche questo: a quali orizzonti si guarda, in Italia, oltre alle mura e alle sbarre, quando si parla di pena. In un sistema penitenziario e soprattutto riabilitativo differente, quanti di quei detenuti potrebbero avvalersi di altre misure? Quanti, invece, qui e ora sono dietro le sbarre per reati trattati diversamente in altri Stati europei? Le condizioni carcerarie sono drammatiche, ma (salvo rare e sempre lodevoli e benvenute eccezioni) il dibattito pubblico guarda al problema distrattamente, quando non lo nasconde nel silenzio per non doverci fare i conti. Per non parlare dell’attenzione politica alla questione (anche qui, con le pregevoli distinzioni).
E intanto, in carcere si muore: per una malattia poco curata, per una presa direttamente lì, per una corda sul collo, fatta degli stessi stracci che non son serviti a coprire una vita e tenerla al sicuro. Chi è in carcere ha sbagliato; è così banale che è inutile dirlo. Ma chi sbaglia più forte, il singolo che non sa e non riesce a star nell’alveo della legge, o lo Stato che, pur avendo come sua norma la cura di quanti alla sua custodia sono affidati, non sa adempiere al ruolo con la dignità e l’onore che gli sarebbero richiesti?