Fidandomi della loro intelligenza

«Negli ultimi 33 anni, tra il 1992 e il 2025 l’Italia ha perso 4.484.797 giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni», si legge nell’articolo di Claudia Luise per La Stampa dello scorso 10 novembre. Numeri impressionanti. E che, in una sola frase, accanto all’altra sintesi che Repubblica fa dello stesso rapporto della Fondazione Migrantes sul fenomeno – «espatriati 6,5 milioni di italiani. Meta preferita l’Europa con Regno Unito e Germania» –, fa ragione in poche battute di tutta una stucchevole retorica a base di attrattività dell’italian way of life, del come si sta qui, da nessuna parte, del south working (ché il Sud, nei numeri e nelle percentuali, rimane il maggior bacino di partenza), eccetera, eccetera, eccetera.

Ma è il titolo che il quotidiano torinese ha scelto per l’articolo citato che mi ha fatto riflettere. Cosa significa, come lì scrivono, «Fuga dall’Italia. Così abbiamo perso 5 milioni di ragazzi»? Non mi piace «fuga», che sembra voler alludere a una qualche forma di loro diserzione dall’impegno comune, e non capisco quel lamentoso «abbiamo perso». Quei giovani appartengono a sé stessi, non a un ipotetico “noi” patriottico che li “perde” se varcano una linea immaginaria chiamata confine. Io confido sempre nella loro intelligenza, anche collettivamente considerata, se è per categorie che si vuole ragionare; per questo, se è la vita che volevano e che hanno scelto, sono felice per loro, non triste per quel “noi” là sottinteso (della cui esistenza, sinceramente, dubito).

Se invece quella prima persona plurale a nome di cui parla il giornale degli Agnelli ci fosse davvero, le chiederei cosa ha fatto, visto che tanto si dispiace, per invertire il fenomeno che denuncia. Quel “noi”, evidentemente, sono le generazioni dei genitori, zii e nonni di quei ragazzi. Le stesse che, restringendo lo sguardo al mercato del lavoro, hanno accuratamente evitato di far loro spazio, amministrando o tollerando il sistema che il loro allontanamento ha prodotto.

Anzi – e qui, ipotetico lettore, ti chiedo di spostare il ragionamento nell’ambito che più conosci –, un po’ ovunque, si è stabilito, ad esempio, che le carriere si fondassero sulle anzianità, e non sulle capacità, vedendo così ragazzi laureati e specializzati intenti a far da segretari precari a colleghi in servizio da più tempo, per quanto, questi ultimi, magari in possesso del solo diploma e scevri da qualsivoglia competenza informatica, linguistica o altamente qualificata, solo in virtù del principio della maggior permanenza nel posto in questione.

Oggi che i tempi proprio quelle skills richiedono, perché stupirsi che provino a giocarsele dove le valutano meglio? Non sono i giovani a fuggire: sono gli adulti a essere rimasti fermi, mentre il mondo, come sempre ha fatto, andava avanti.

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