Al Festival della Salute di Padova, lo scorso 10 ottobre, la filosofa Michela Marzano ha pronunciato un intervento che non può lasciare indifferenti. Parlando della sua generazione – che, per inciso, è anche la mia – e soprattutto delle donne, strette tra famiglia, lavoro, pressione sociale e il desiderio di non sfigurare mai, né in ufficio né a casa, ha detto: «Non mi scandalizza chi lascia un posto fisso per cercare altro. Io ho seguito tutte le regole, ho ottenuto risultati, eppure la sera mi ritrovo esausta e insoddisfatta, nonostante tutto. Sono professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Cité e, molto probabilmente, diventerò preside della facoltà di Scienze umane e sociali; tutte cose belle. And so what? È questo l’esempio che abbiamo dato, e non possiamo sorprenderci se i giovani non vogliono seguirlo. Come possiamo invitarli a ripetere un modello che non ci ha resi felici, fingendo che tutto vada bene? Loro sanno riconoscere la differenza tra l’apparire e l’essere».
Affermazioni che colpiscono, soprattutto perché vengono da chi i risultati li ha davvero conseguiti: cattedre universitarie, ruoli prestigiosi, riconoscimenti accademici. Eppure, resta il vuoto di quella domanda: and so what? Su questo spazio, da tempo porto avanti alcune riflessioni non diverse da quelle a cui mi hanno rimandato le parole di Michela Marzano. Non solo sulla felicità, che non può ridursi a un miraggio da inseguire nei ritagli di tempo, ma anche sul lavoro, diventato troppo spesso misura totale dell’esistenza. Abbiamo interiorizzato il dovere di essere migliori, di accumulare titoli, posizioni, incarichi, e nel frattempo ci siamo dimenticati di vivere. Forse è proprio questa la radice del nostro affanno: non il peso del sacrificio, ma la sua sterilità, l’incapacità di generare senso.
Come la filosofa, nemmeno io sono sorpreso che i giovani non vogliano ripercorrere le stesse strade. Ci stupiamo della loro riluttanza a “fare sacrifici”, ma in realtà ciò che rifiutano è il modello che abbiamo mostrato: un modello di adulti stanchi, sempre di corsa, privati di affetti e libertà. Loro hanno la forza dell’età e il coraggio di mettere al centro ciò che noi abbiamo sacrificato. È lo stesso nodo che, in un altro contesto, ho cercato di esplorare in La felicità è quando non succede niente (People, 2025). Lì, il personaggio di Antonio rappresenta in fondo questa ricerca: il rifiuto di inseguire il riconoscimento sociale come unico parametro di valore.
Antonio sceglie di sottrarsi al ritmo produttivo, si concede il “lusso” — scandaloso agli occhi di molti — di vivere una dimensione più umana, fatta di lentezza, relazioni, silenzi. In lui non c’è la fuga dal lavoro in quanto tale, ma la decisione di non ridurre tutto al lavoro. È una differenza enorme: non è rinuncia, come la si potrebbe leggere rimendo negli schemi dati, ma affermazione di un altro modo di esistere.
Perché, in fondo, è questo il punto. Quando Marzano dice dei giovani che «sanno riconoscere la differenza tra l’apparire e l’essere», non sta facendo un complimento generazionale: ci ricorda piuttosto la nostra cecità. Ci siamo convinti che fosse sufficiente apparire realizzati, mostrare titoli e successi, mentre l’essere — la fatica, la stanchezza, l’insoddisfazione — restava in ombra. Quei giovani e i tanti altri, anche non giovani, che percorrono vie diverse, invece, smascherano questa illusione, e con il loro rifiuto ci obbligano a guardare l’inganno.
Per questo, come lei, non dovremmo scandalizzarci di quelle scelte. Non è pigrizia, né mancanza di senso del dovere: è ricerca di autenticità. E allora, piuttosto che rimproverarli, far le paternali o i sermoni, dovremmo ringraziarli: ci stanno ricordando che non si vive per accumulare meriti, ma per abitare la vita con verità. In fondo, non è lo stesso che insegna Antonio, quando mostra che la felicità non è il risultato di un traguardo, ma la condizione che si genera quando non c’è più nulla da dimostrare? La sua ostinazione a restare fedele a sé stesso non è disimpegno, ma un atto di resistenza. Una forma di politica della vita, che dice no al conformismo della prestazione e sì alla possibilità di vivere in un’altra misura.
E forse sta proprio qui la lezione che possiamo trarre tanto dalle parole di Marzano quanto dalla letteratura e dalle vite che raccontiamo: la vera sfida non è correre più forte, ma trovare il coraggio di fermarsi. Non apparire, ma essere. Diciamolo allora chiaramente: se questo sistema ci rende infelici, va messo in discussione. Non bastano aggiustamenti, non serve mascherare di “resilienza” quella che in realtà è solo rassegnazione. La vera alternativa è cambiare rotta: mettere al centro il tempo e non la produttività, la vita e non il profitto, le relazioni e non i riconoscimenti.
Non si tratta solo di una scelta individuale — smettere un lavoro, rallentare, seguire i propri ritmi — ma di un progetto collettivo. Ripensare città e comunità realmente a misura d’uomo, costruire un welfare che non sacrifichi le persone, restituire dignità al vivere e non solo al produrre.
Chi sceglie e persegue altre strade, con il proprio rifiuto, sta lì a dimostrarci questa possibilità. La sfida che resta a noi è avere il coraggio di seguirli, non con prediche sul sacrificio, ma con un impegno politico e culturale a immaginare un altro modello di società. La felicità non è il premio alla fine della corsa: è la condizione che si può vivere adesso, se smettiamo di correre e impariamo (accettiamo?), finalmente, la misura di quel che siamo.