I rischi per la salute della democrazia

Da giorni, dopo le regionali in Campania, Puglia e Veneto, è un rincorrersi di paralleli e analogie con un futuro politico nazionale che, a sentir certi commentatori, sembrerebbe già scritto nei risultati di quelle urne. La tentazione di fare delle percentuali un teorema, e dei presidenti appena eletti un modello da esportare altrove, è forte. Ma il punto è un altro: quei numeri dicono più sul funzionamento del nostro sistema elettorale che non sulle dinamiche politiche del Paese.

Le regionali hanno un impianto fortemente maggioritario: premio alla coalizione del presidente e una traduzione quasi meccanica del voto in maggioranza assoluta dei seggi. Il sistema elettorale per le politiche è diverso, certo, ma produce lo stesso tipo di distorsione: chi arriva primo ottiene molto più peso di quanto gli attribuirebbero i voti reali.

Prendiamo i fatti. In Campania, Fico vince con poco più del 60%. In Puglia e Veneto il dato è analogo, con presidenti eletti oltre il 60-64%. In tutti e tre i casi, le affluenze non raggiungono nemmeno il 45-50%. Risultato: una maggioranza politica piena, costruita su una maggioranza sociale che non esiste. Lo stesso schema si è ripetuto alle politiche del 2022: la coalizione al 43,8% si è presa quasi il 60% dei seggi, soprattutto grazie agli uninominali vinti in un quadro di opposizione divisa. E, poiché alle urne si sono recati meno dei due terzi degli aventi diritto, quella percentuale si riduce ulteriormente, in termini di consenso reale.

Ed è un fenomeno di lungo corso. Ricordo una chiacchierata con un amico nel paese dove sono nato, nell’estate del 2012. Lì, lamentava lui, l’ottanta per cento di quelli che si incontravano nda l’ chion, alle poste o dal medico, criticava l’amministrazione in carica; e tutti giuravano di non averla votata. «Ne trovi al massimo – sbuffava – uno o due su dieci, che ammettono di averlo fatto». La cosa farebbe sorridere, se non fosse che nel 2012, in quel comune, con quattro liste in campo e un sistema maggioritario puro, la compagine vincente prese il 26,94%. Con un’affluenza del 66%, significa che il governo del paese si reggeva, realmente, su circa il 16-17% degli elettori: quell’uno o due su dieci che incontrava il mio interlocutore.

È un caso locale, certo, ma non isolato. Gran parte dell’Italia è fatta di realtà simili, in cui la forzatura maggioritaria amplifica differenze minime – e spesso irrilevanti – nei rapporti di forza reali. Alle regionali, una coalizione può governare indisturbata grazie a un premio che scatta anche con pochi punti di distacco. Alle politiche, come nel 2022, un vantaggio modesto nei voti può trasformarsi in un dominio parlamentare (peraltro con numeri che ricordano ciò che il Porcellum fece più di una volta: voti quasi pari, seggi profondamente diseguali).

Tutto ciò avviene mentre solo metà degli elettori, quando va bene, si reca alle urne. E allora quelle percentuali – il 60 del presidente regionale, il 43 della coalizione nazionale – diventano qualcosa di molto diverso da ciò che sembrano: maggioranze prodotte da una minoranza della popolazione. In alcuni casi, non lontane da quel 16-17% stiglianese che continua a essere un modello più utile di quanto possa apparire, date le dimensioni del campione.

Il resto? È la domanda da cui la politica sembra rifuggire, come se parlarne incrinasse la narrazione del vincitore. Eppure è lì, nel “resto”, che si misura la salute democratica di un sistema. Ignorarlo non lo fa sparire. Anzi: ne aumenta il peso.

E, a lungo andare, il rischio.

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