Come quando si stava peggio

Il 37% degli italiani di età compresa tra i 25 e i 64 anni possiedono competenze di comprensione e scrittura di testi (literacy) a livello elementare o inferiore (“Livello 1” su una scala da zero a cinque, quello che va sotto il nome di “analfabetismo funzionale”, per intenderci), contro la media Ocse del 27%. Vale a dire che quattro cittadini su dieci sono in grado di comprendere solamente testi semplici. Lo si legge nel rapporto Education at a Glance 2025: OECD Indicators, sui risultati della ricerca che gli analisti dell’organizzazione internazionale conducono annualmente negli Stati membri; l’Italia è tra gli ultimi in classifica tra le nazioni europee, ma siccome non è un girone qualificatorio a qualche torneo di pallone, in pochi ne parlano.

Il mondo di oggi è sempre più complesso, si stente dire quasi ogni giorno. Bene: l’italica risposta è capirne sempre meno. Studiare poco (siamo pure agli ultimi posti nel numero di laureati, per esempio), tanto «un meccanico guadagna più d’un ingegnere» (è il tema costante di tanti post con molti like sui social), e non sforzarsi di approfondire le questioni. Aprire un libro? Per carità! «Ho conosciuto analfabeti che ne sapevano più di cento professori»; vi sarà capito di sentire frasi del genere, no? Ecco, appunto: forse è per quello che l’Italia svetta in Europa, rovesciando la classifica degli indici di lettura, con appena un terzo dei suoi abitanti che legge almeno un testo all’anno (dati Eurostat aggiornati al 2022). Il resto, è conseguenza.

A pensarci meglio, in un Paese in cui i retro-utopici sono classe dominante, non è da escludere che quei dati siano graditi. Non si dice spesso che «si stava maglio quando si stava si stava peggio»? Magari è un percorso per ritornare a quei tempi, quando «c’era ordine, rispetto dei valori tradizionali e ognuno aveva un posto nel mondo» (anche se quello dei miei avi era il gradino dei cafoni al limite, se non oltre, la fame, mentre i galantuomini mai si davano pena di cercare il modo per migliorar la vita degli altri; vorremo mica farne una questione personale? Sia mai!).

Dal primo censimento postunitario, emergeva che i tre quarti della popolazione italiana erano analfabeti. Certo, era quello un analfabetismo totale, nel senso proprio dell’incapacità di riconoscere o riprodurre lettere e parole, che si traduceva nell’estromissione di quelle genti da ogni possibilità offerta dalla società del tempo, per mancanza di potenzialità di accesso, e dalla limitazione, per esse, di potersi fare attori di un miglioramento attivo delle proprie considerazioni e di quelle dei loro pari.

Ma cos’è ciò che chiamiamo “analfabetismo funzionale”? Dal 1984, l’Unesco usa tale definizione per descrivere lo stato in cui si trova «una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Di contro, il Glossary of Statistical Terms, pubblicato dall’Ocse nel 2008, definisce funzionalmente alfabetizzata una persona che «can engage in all those activities in which literacy is required for effective functioning of his group and community and also for enabling him to continue to use reading, writing and calculation for his own and the community’s development».

È una situazione davvero tanto diversa da quella di allora?

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