«Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre». Parlava di Francesca Serio, Carlo Levi, la madre di Salvatore Carnevale, giovane sindacalista e socialista siciliano, ucciso dai mafiosi, arrestato dalle guardie, odiato dai padroni della terra, eroe per i contadini (cfr. C. Levi, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, Einaudi, 2016). Pietre, perché su queste si può costruire, e Francesca Serio, con quelle, costruiva il suo sentimento di giustizia. Ma sono pietre anche se le si usa per distruggere, per colpire. Per ferire.
Fa quasi impressione dover valutare come tasselli dello stesso strumento espressivo, il linguaggio, appunto, quelle massime e quelle minime, insulse, volgari. Eppure è così: son parole le une e le altre. Tutto sta a sceglierle per il meglio, a dare loro i significati migliori. Per questo sono importanti; dietro di esse, dietro l’uso che se ne fa, vive il pensiero che le muove. E da lì descendono le azioni che si avviano. La madre di cui parla Levi fa nascere dal suo parlare la ricerca di rettitudine. Cosa può mai derivare dalle quelle trovate a commento di foto rubate sui siti sessisti di cui le cronache si sono occupate nei giorni scorsi?
Sono importanti i termini, dicevo, e lo è il senso che a questi si dà. Recitando un monologo scritto da Stefano Bartezzaghi durante la cerimonia di premiazione dei David di Donatello del 2018, Paola Cortellesi fa alcuni esempi su come una lingua piegata a una cultura patriarcale ribalti l’esito di parole identiche al semplice cambiare di genere: «Un uomo di strada: un uomo del popolo; una donna di strada: una mignotta. Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso; una donna disponibile: una mignotta. Un uomo allegro: un buontempone; una donna allegra: una mignotta». L’elenco continua, il risultato è sempre lo stesso.
Da quelle definizioni diverse, poi si passa ad altro. Dallo stesso monologo, su frasi più offensive e scriteriate: «“Brava, sei una donna con le palle”; “Chissà che ha fatto quella per lavorare”; “Anche lei però, se va in giro vestita così”; “Dovresti essere contenta che ti guardino”; “Lascia stare, sono cose da maschi”; “Te la sei cercata”». Pure qui l’elenco continua, gli esiti peggiorano. Fanno già male i suoni; e dopo di questi?
Alcuni giorni fa, a una studentessa universitaria che stava camminando per strada, a Bari, due ragazzini in monopattino, passandole accanto, le hanno toccato il sedere. Vogliamo continuare l’elenco? «E che sarà mai!»; «Per una manata sul culo non è mai morta nessuna»; «Ma sì, una piccola molestia! Vorrai mica denunciare e rovinare due ragazzi per questo?». Molestia; pure alcuni giornali la raccontano così. Molestia è però quando non ti toccano, altrimenti è violenza. Doveva forse tenersela e stare zitta, tanto «son cose che capitano»? Dalle parole alla mano sul culo. E dopo? Quali frasi hanno ascoltato, quei ragazzi, per arrivare a sentirsi in diritto di poterlo fare? Quali quelle che son mancate?
Sono cresciuto e vivo nella stessa società e nel medesimo tempo che ha generato e genera quei comportamenti, e non sono perfetto: non penso di non sbagliare, mi sforzo per evitarlo, per cercare le parole giuste, quelle che non offendono, quelle che non colpiscono, quelle sui cui si può costruire insieme. Quelle che evitano di degenere nei comportamenti che purtroppo conosciamo, e che arrivano agli esiti estremi o comunque intollerabili, dopo esser state per troppo tempo ignorate, tollerate, quando non direttamente e del tutto accettate.
Non è immediato, perché appunto di mediazione continua ha bisogno, ma si può fare.