Pensate alla Scozia, ora; cosa vi viene in mente? Incantevoli paesaggi brulli e illuminati da un sole basso, quasi artico, scorci di strade lastricate in pietra tra edifici usciti da un film di Harry Potter, un pub caldo dove farsi asciugare la bruma nelle ossa sorseggiando due dita d’un ottimo Scotch o una pinta di robusta Ale, un placido lago sotto cui immaginare mostri acquatici, i kilt, il bianco e l’azzurro, le cornamuse… Insomma, tante cose, ma non certamente il posto principale in cui emigrare per trovar lavoro.
E infatti, le percentuali immigratorie nella nazione a nord del Vallo di Adriano non sono di certo paragonabili a quelle della City, 400 miglia più a sud della capitale scozzese. Eppure, lunedì scorso, 25 agosto, il quotidiano di Edimburgo The Scotsman è andato in edicola con un titolo a cinque colonne che lasciava poco spazio al dubbio: «Immigration surges as top priority for Scottish voters». Il servizio della corrispondente politica Rachel Amery dava conto dei risultati di un sondaggio, l’Understanding Scotland Economy Tracker, condotto dal David Hume Institute in collaborazione con Diffley Partnership, che ha rilevato quanto siano cambiate le priorità politiche degli scozzesi, con il 21% per cento che ora indica l’immigrazione come questione principale che il Paese deve affrontare, superata solamente dal costo della vita (37%) e dall’assistenza sanitaria (48%) — erano ovviamente possibili più risposte; con le elezioni per il rinnovo del parlamento locale all’orizzonte, non certamente un bel viatico. Ma è davvero così forte la pressione migratoria, per giustificare un simile spostamento d’opinione? A leggere i dati raccolti nel sondaggio e non lasciandosi fuorviare dalle manifestazioni sobillate dall’estrema destra, parrebbe che i motivi siano altri.
Scrive infatti Amery, leggendo dal report, che: «71% Scots expect the economy to worsen in the next year, and 67 per cent say conditions have already deteriorated over the past 12 months. A further 53 per cent have reduced all but essential spending, and 51 per cent have had to cut back on leisure activities. […] A total of 55 per cent said they were cutting back on takea-ways and dining out, 49 per cent were shopping based on price rather than health, 26 per cent were reducing their fresh fruit and vegetable intake, and 25 per cent were eating more processed foods. […] 35 per cent of respondents could not save because their income only covered essentials. Only 14 per cent were saving without trying as they earn more than they need day-to-day, the poll indicated».
«Into this atmosphere, immigration becomes a lightning rod», dice nel suo commento, riportato dallo stesso Scotsman, Susan Murray, direttrice del David Hume Institute. E aggiunge: «Economic history shows us that spikes in concern about immigration rarely happen in times of prosperity. They occur when households feel squeezed, when savings are out of reach, and when insecurity is rising. Today’s Scotland fits that pattern. Seven in ten expect the economy to worsen in the year ahead. One in three say they cannot save at all. In that context, it is little surprise that immigration is rising up the political agenda, even if the evidence shows that migrants make a net positive contribution to the economy and public services […]. The risk is that immigration becomes a scapegoat for much deeper structural problems: low productivity, a broken housing market, and years of wage stagnation. If we reduce this debate to “us versus them”, we miss the bigger truth that Scots of all backgrounds are living with the consequences of austerity, global shocks, and underinvestment in the essentials of a good society». E, aggiungerei io, della menzogna che con l’uscita dall’Ue tutto sarebbe stato migliore, per i sudditi di Her Majesty dalla Manica alle Ebridi.
Certo, la stessa Murray mette in guardia dal liquidare le preoccupazioni emerse dal sondaggio come fuori luogo, perché ricorda, e a ragione, che «Politics is about perception as much as fact», ma rimane il dato che vede un peggioramento delle condizioni materiali degli abitanti della parte già più povera del Regno Unito. La sfida (lì come ad altre latitudini) è proprio agire sui livelli di qualità e sicurezza concreti nella vita delle persone.
Il resto, sono chiacchiere vuote. Sia, e va da sé, quelle di chi addita l’altro e l’altrove come causa unica e soli responsabili di ogni male, che sono gli stessi che indicavano Bruxelles quale matrigna, salvo scoprire che, nelle tasche di gli ha creduto allora, oggi va peggio di ieri, sia chi, purtroppo, ignora o sottovaluta il malessere reale solo per il suo indirizzarsi, sovente spinto e incanalato da pericolosi pifferai, verso obiettivi sbagliati, dimenticando di analizzare le ragioni e le motivazioni che lo fanno emergere a livelli così elevati.
Con la drammatica differenza che ai primi non mancherà la brace su cui soffiare.