C’è una parola che attraversa ormai trasversalmente il dibattito pubblico: paura. Paura del declino, della perdita, dell’irrilevanza. Ed è attorno a questa emozione che si organizza, sempre più esplicitamente, una parte rilevante del discorso politico contemporaneo. In particolare, la questione migratoria viene sistematicamente utilizzata come chiave di lettura quasi esclusiva delle trasformazioni economiche e sociali in corso. Tutto sembra ricondursi lì: il lavoro che manca, i salari che si comprimono, i servizi che si deteriorano, la sensazione diffusa di scivolare verso il basso. È una narrazione semplice, immediata, emotivamente potente. Ed è proprio per questo che funziona. Ma è anche una narrazione profondamente mistificante.
Da tempo, su queste pagine, provo a sostenere che la contrapposizione tra “noi” e “loro” non nasce dal basso, né da un conflitto reale tra soggetti sociali in competizione. È piuttosto il prodotto di una costruzione politica precisa, che serve a nascondere altro: un processo strutturale di riorganizzazione del potere e della ricchezza che attraversa le società occidentali da almeno tre decenni. Non sono i migranti a sottrarre lavoro o diritti; è un sistema economico che ha fatto della precarietà una condizione permanente e della competizione una forma di governo.
In questo senso, le riflessioni di Massimo De Carolis in Rifeudalizzazione offrono uno strumento interpretativo particolarmente utile. Secondo l’autore, ciò che stiamo vivendo non è solo un aumento delle disuguaglianze, ma una vera e propria mutazione della forma sociale: una riorganizzazione gerarchica in cui pochi vengono stabilmente inclusi nei circuiti dell’accumulazione, mentre molti altri ne restano strutturalmente esclusi. «In tutte le nazioni, anche nelle più ricche e progredite – scrive De Carolis – si afferma una crescente polarizzazione tra i pochi che possono essere “incorporati” nei processi globali di accumulazione del denaro e del potere e i moltissimi che ne restano fuori» (M. De Carolis, Rifeudalizzazione. La mutazione che sta disintegrando le democrazie occidentali, Einaudi, 2025, p. 139).
La linea di frattura, allora, non corre tra autoctoni e migranti, ma tra inclusi ed esclusi. E questa frattura produce un effetto decisivo: il conflitto sociale smette di essere verticale – contro chi detiene il potere – e diventa orizzontale, una competizione permanente tra soggetti ugualmente vulnerabili. Non si lotta per trasformare le condizioni di vita, ma per non scivolare più in basso, per restare appena sopra la soglia dell’esclusione.
È qui che prende forma quella che De Carolis definisce una particolare figura della “resistenza”. Non una resistenza che mette in discussione l’ordine esistente, ma una resistenza interna ad esso, che ne assume le regole come dato di realtà. È una strategia di adattamento, non di emancipazione. I “penultimi” si legano all’autorità nella speranza di non diventare ultimi – o almeno di non essere visti e riconosciuti come tali, «ed è una morte un po’ peggiore» – accettando implicitamente la gerarchia pur di non esserne espulsi. Come scrive De Carolis, si tratta di una resistenza che non contesta il principio dell’esclusione, ma cerca soltanto di spostarne il confine (cfr. Ivi, p. 140).
In questo quadro, l’ostilità verso gli stranieri non è una semplice deviazione emotiva o un errore cognitivo. È un dispositivo politico pienamente funzionale all’ordine esistente. Serve a canalizzare frustrazioni e paure verso un bersaglio che non mette in discussione i rapporti di potere reali. La promessa implicita non è l’uguaglianza, ma la protezione: restare “dalla parte giusta”, essere riconosciuti come meritevoli, come appartenenti, come difesi. È la promessa di una sicurezza selettiva, costruita sull’esclusione altrui.
La retorica della difesa – del lavoro, dell’identità, della sicurezza – si rivela così perfettamente compatibile con la logica della “rifeudalizzazione”. Non rompe l’ordine esistente, lo consolida. Trasforma la paura in consenso e la competizione in disciplina. Il dominio non ha più bisogno di presentarsi come progetto di emancipazione: gli basta apparire come l’unico argine possibile al caos.
Riconoscere che non è il migrante a “rubare” lavoro, diritti o futuro, ma un assetto economico che produce sistematicamente esclusione e dipendenza, significa allora riportare il conflitto sul suo terreno reale. Significa sottrarsi alla guerra tra poveri e tornare a interrogare le forme contemporanee del potere, quelle che governano attraverso la precarietà, la paura e la promessa sempre rinviata di protezione.