Da nord a sud, nelle città e sulle strade. Universitari e agricoltori, autotrasportatori e studenti, operai e impiegati. Cittadini, sindacati, partiti, movimenti, associazioni. In tutto il Paese – e in buona parte del Continente, peraltro – non passa giorno senza una manifestazione, una protesta, un corteo. Senza qualcuno che scenda in piazza per rivendicare, contestare, chiedere, proporre.
Si possono criticare i modi, condannare le violenze, non condividere le rivendicazioni e persino le ragioni di chi protesta. Ma non si può continuare a raccontare questa come una stagione di apatia e disinteresse per la politica, popolata soltanto da individui ripiegati su sé stessi, ciascuno nel proprio piccolo mondo illuminato dalla luce blu di uno schermo. Le piazze raccontano un’altra storia. Ma quale storia, esattamente?
Perché, a voler essere rigorosi, il fatto che migliaia di persone scendano in strada non significa necessariamente che stia nascendo una nuova stagione di partecipazione politica. O almeno, non nel senso che siamo abituati ad attribuire a questa espressione. Le proteste di questi giorni sono diverse, talvolta contraddittorie. Le ragioni degli agricoltori non sono quelle degli studenti, gli interessi degli autotrasportatori possono entrare in conflitto con quelli dei lavoratori dipendenti, le rivendicazioni di una categoria possono contraddire quelle di un’altra, persino gli operai di uno stesso gruppo industriale possono avere rivendicazioni contrastanti, in base allo stabilimento in cui sono impiegati.
Non tutte le piazze, poi, sono animate da aspirazioni democratiche o progressiste. La storia europea dovrebbe averci insegnato quanto sia pericoloso considerare ogni manifestazione di rabbia popolare come il segnale di un’emancipazione imminente. La rabbia, si sa, non è di per sé un programma politico.
Spinoza, nella quinta parte dell’Etica, osserva che una passione cessa di essere tale quando ce ne formiamo un’idea chiara e distinta (cfr. Baruch Spinoza, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, Parte V, proposizione III, in Opere, Mondadori, 2007). Non basta, insomma, provare un’emozione: occorre comprenderla. E, trasportando il ragionamento sul terreno della politica, non basta essere arrabbiati per sapere contro chi, contro cosa e soprattutto per quale cambiamento valga la pena mobilitarsi. Ma anche questa conclusione rischia di essere troppo semplice. Perché presuppone che esista, da una parte, una massa confusa e irrazionale e, dall’altra, qualcuno incaricato di darle coscienza e direzione.
Ad aiutarci a complicare ulteriormente le cose ci aveva già pensato Gramsci. Nei Quaderni del carcere, ragionando sul rapporto tra spontaneità e direzione consapevole, osserva che non esiste un movimento spontaneo completamente privo di elementi di coscienza. Anche nelle forme più immediate e disordinate della protesta si depositano esperienze, convinzioni, intuizioni, frammenti di una concezione del mondo (cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 3, §48, «Spontaneità e direzione consapevole», Einaudi, 1975). Il problema non è dunque portare dall’esterno una razionalità a chi ne sarebbe privo, ma comprendere come quelle esperienze possano incontrarsi, confrontarsi, organizzarsi.
E qui emerge forse la contraddizione più interessante della stagione che stiamo vivendo. Non sembra mancare la disponibilità a mobilitarsi. Semmai, manca – o fatica terribilmente a emergere – la capacità di trasformare una molteplicità di conflitti in una prospettiva politica condivisa. Le piazze si riempiono, ma le loro domande non necessariamente si incontrano. E la politica organizzata, anziché interpretare quelle contraddizioni, sembra spesso limitarsi a inseguirle, cavalcarle o ignorarle.
Naturalmente, non è detto che tutte quelle domande possano trovare una risposta comune. Il conflitto sociale non è un puzzle del quale basta ricomporre i pezzi per ottenere un’immagine armoniosa. Esistono interessi realmente contrapposti, e la politica consiste anche nello scegliere, nel prendere posizione, nel costruire alleanze e accettare rotture. Ma sarebbe un errore altrettanto grave pretendere che un movimento, per essere riconosciuto come politicamente significativo, debba presentarsi già con un programma coerente, una strategia definita e una visione compiuta della società.
Per restare ai classici del pensiero rivoluzionario, nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Marx descrive le rivoluzioni proletarie come processi che criticano continuamente sé stessi, interrompono il proprio corso, ritornano su ciò che sembrava già compiuto, per ricominciare ancora (cfr. Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, capitolo I, Editori Riuniti, 2022). Non un cammino lineare verso un traguardo prestabilito, dunque, ma un processo fatto anche di contraddizioni, errori, ripensamenti.
Tornano allora le parole di Pietro Ingrao, quando, intervenendo al XVI congresso del PCI, il 4 marzo 1983, poneva una domanda che conserva tutta la sua forza: «Ma chi, chi ha mai detto che una spinta nuova può nascere già tutta compiuta, quasi in bella copia? […] Solo i pedanti possono stupirsi se ci sono tuttora delle lacune, delle improvvisazioni, delle sgrammaticature».
Forse dovremmo ricominciare proprio da queste sgrammaticature. Non per celebrarle, né per assolverle, ma per provare a comprenderle. Perché la politica non consiste nell’aspettare che la storia ci consegni un soggetto collettivo già pronto, consapevole e ordinato. Consiste anche nel misurarsi con ciò che ancora non lo è.
E, qualche volta, nel contribuire a farlo diventare tale.