Mi sono imbattuto anch’io nella Bustina di Minerva dello pseudo-Eco sugli sviluppi delle macchine pensanti. L’aveva rilanciata un mio contatto social e mi sembrava perfetta. Troppo. Al punto che mi è venuta la voglia di verificare se esistessero archivi online dell’Espresso, per vedere se davvero l’11 aprile 2010 Eco avesse scritto quelle cose. E niente: l’11 aprile di quell’anno era domenica, l’Espresso usciva di venerdì. Mi piace immaginare che chiunque avesse creato quel fake avesse lasciato un indizio; tipo un personaggio di Eco, appunto. Ho poi cercato sulla rete e, accanto alla conferma della notizia, con tanto di debunking e segnalazioni delle “allucinazioni” visive prodotte dall’AI, che sinceramente non avrei saputo individuare, la vicenda aveva assunto contorni ancora più interessanti.
In sintesi, il messaggio con cui il mio contatto social ha risposto alla mia segnalazione credo che sia la chiosa migliore: «e quindi aveva ragione». Già, lo pseudo-Eco aveva ragione: attraverso le macchine che hanno letto tutto, si può creare un falso spacciandolo per vero, senza che i più vedano la differenza. E soprattutto, cito dal falso stesso, temo davvero che ci siamo «abituati a trattare come pensiero tutto ciò che possiede la forma esteriore del pensiero». Ma appunto, attraverso le macchine. Perché (e anche lo pseudo-Eco ne fa accenno, quando, all’inizio della finta Bustina, parla dell’antropomorfismo con cui guardiamo ai computer, soprattutto se li pensiamo “intelligenti”, nel senso umano del termine), la macchina non agisce motu proprio, ma su impulso di un umano. Quanto alla data sbagliata, viene quasi da pensare che sia stato proprio quell’umano a lasciarla lì, come una traccia ben evidente del “delitto”, la firma del colpevole. Più banalmente, potrebbe essere stata una delle tante invenzioni plausibili della macchina. In questo caso, l’indizio ce l’avrebbe lasciato senza nemmeno saperlo.
Andando avanti, però, pur prendendo per buone le discussioni sulla tecnica che ora permette anche a chi non possiede particolari competenze di produrre falsi sempre più sofisticati, quel semplice controllo filologico sulla data avrebbe potuto subito svelare l’arcano. Non c’era bisogno di cercare anacronismi o altre incongruenze, sullo stile del Valla con la Donatio Constantini; bastava decisamente molto meno.
Eppure, il parallelo con Lorenzo Valla non è poi così peregrino. La Donazione di Costantino aveva funzionato per secoli non perché mancassero uomini sufficientemente intelligenti da dubitarne, ma perché quel documento si inseriva in un sistema di autorità, credenze e interessi che lo rendeva plausibile, o comunque accettabile. Valla fece qualcosa di diverso: si domandò se quel testo potesse davvero essere ciò che pretendeva di essere. Lo interrogò attraverso la lingua, gli anacronismi, le istituzioni che nominava, mostrando che un documento attribuito al IV secolo conteneva tracce di un mondo successivo. Il falso dello pseudo-Eco ha richiesto assai meno: non la filologia latina del Quattrocento, ma un calendario. Il principio, però, è lo stesso: prima ancora di chiedersi se ciò che un testo dice sia convincente, domandarsi se quel testo possa avere la storia che dichiara di avere. E infatti, ci sarà pure voluto un attimo a crearlo, quel falso, ma rispetto alla Donazione è anche durato infinitesimamente meno.
Curioso, semmai, è che sia stato accolto e rilanciato anche da persone colte e con strumenti e conoscenze adeguati a smascherarlo. Non stiamo parlando delle «legioni di imbecilli» (e qui è l’Eco vero, non pseudo), ma di gente in gamba. Eppure. Qui credo entri in gioco un altro fenomeno, quello del confirmation bias: quelle persone colte e preparate non hanno ritenuto necessario approfondire la “verità” del documento che avevano davanti, soprattutto perché confermava le loro idee sull’argomento trattato.
Insomma, in un panorama di Apocalittici e integrati (ok, è scontata: ma siam pur sempre partiti da Eco) a proposito degli scenari legati allo sviluppo dell’AI, molti, tra i primi, hanno trovato in quelle parole il conforto alle loro tesi. E forse anch’io ho letto con distacco la finta Bustina proprio e solo perché apocalittico, in quel senso, non sono. Nessun merito e nessun demerito, quindi: meccanismi mentali tanto ordinari da non essere nemmeno percepiti come tali.
Allora sì, dal pericolo verso cui le parole dello pseudo-Eco mettevano in guardia ci potrebbe salvare la filologia. E l’umanesimo, vecchio o nuovo che si voglia. Ma a una condizione: conservare la distanza necessaria da ciò che abbiamo davanti per poterli usare. Io quella distanza, davanti alla finta Bustina, potrei averla avuta per un bias uguale e contrario a quello di chi l’ha presa per buona: non essendo tra gli apocalittici dell’AI, ero meno disposto a credere a un testo che sembrava dare loro così perfettamente ragione.
Il paradosso è che proprio un pregiudizio può avermi consentito di riconoscerne un altro. Ma riconoscerlo dovrebbe servire almeno a questo: a ricordarci che la filologia comincia prima della verifica di una data, nel momento in cui siamo disposti a dubitare soprattutto di ciò che ci dà ragione.