«La plebe è composta da tutti i declassati. In essa è rappresentata ogni classe della società. È la forma caricaturale del popolo e per questo è così facile confonderla con esso. Mentre nelle grandi rivoluzioni il popolo lotta per la guida della nazione, la plebe reclama in ogni occasione l’“uomo forte” che la possa guidare. La plebe non è capace di votare, può solo acclamare e lapidare. Proprio per questo gli uomini politici che capeggiano la plebe, già da molto tempo, hanno reclamato quella repubblica plebiscitaria, che ha permesso ai dittatori moderni di ottenere risultati così eccellenti». (H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, 2009, p. 148)
Per la seconda tappa del cammino di questo spazio sulle Politiche della disuguaglianza, partirei proprio dalla distinzione di Hannah Arendt, tanto netta quanto insidiosa. La plebe, dice, non è una classe sociale, e soprattutto non è il popolo dei poveri. È composta da persone provenienti da tutte le classi, accomunate da processi di declassamento e disgregazione sociale. Il declassamento, dunque, non produce necessariamente una nuova solidarietà fra coloro che lo subiscono. Può produrre qualcosa di molto diverso: il bisogno di un capo da acclamare e di qualcuno da lapidare. E a differenza del popolo, che punta alla guida della nazione, essa anela a farsi guidare, nelle forti mani di quel capo vigoroso.
Naturalmente, Arendt scriveva pensando a un contesto storico preciso, quello nel quale si erano formati i movimenti totalitari europei. Sarebbe improprio trasferire senza mediazioni le sue categorie nelle democrazie contemporanee. Ma la distinzione che propone merita di essere presa sul serio, anche perché contiene un’intuizione che va oltre la sua applicazione storica: la perdita di una posizione sociale, reale o percepita, non determina da sola la direzione politica del malcontento.
In fondo, è una delle questioni che abbiamo lasciato aperte nel primo articolo di questa serie. Povertà, impoverimento e declassamento non sono sinonimi. E neppure le loro conseguenze politiche coincidono necessariamente. Si può reagire alla perdita chiedendo una maggiore redistribuzione della ricchezza, nuove protezioni sociali, una diversa organizzazione del lavoro. Ma si può anche cercare un responsabile, qualcuno al quale attribuire ciò che è accaduto. E, una volta individuato, chiedere che venga punito.
C’è una scena di Furore, il romanzo che John Steinbeck – con il titolo ancora più evocativo The Grapes of Wrath, i grappoli d’ira – pubblicò nel 1939, che racconta questo passaggio con una forza difficilmente raggiungibile da un’analisi sociologica. Siamo nell’Oklahoma della Grande Depressione. I contadini vengono cacciati dalle terre che coltivavano, travolti dai debiti, dalle banche, dalla meccanizzazione dell’agricoltura. Per generazioni quelle terre hanno rappresentato non soltanto il loro sostentamento, ma la loro appartenenza a un luogo, a una comunità, a una storia familiare. Perderle significa perdere quasi tutto ciò che dava una forma riconoscibile alla loro esistenza.
Quando arrivano gli uomini incaricati di comunicare lo sfratto, i contadini vogliono sapere chi abbia preso quella decisione. La banca? I proprietari? Qualcuno che vive lontano e che non hanno mai incontrato? Gli uomini dei proprietari spiegano che neppure loro possono farci niente. La banca non è davvero un uomo: è una specie di mostro che deve continuare a crescere. Ma il contadino non può sparare a un mostro senza volto. Ha bisogno di sapere chi sia il responsabile, di trovare un uomo concreto contro il quale rivolgere il fucile. Poco dopo, quando arriva il trattore per abbattere le case, anche il conducente spiega di non poterci fare niente: è pagato per eseguire un ordine, e chi glielo ha impartito dipende a sua volta da qualcun altro (cfr. J. Steinbeck, Furore, Bompiani, 2001, cap. V). Anche qui, Hannah Arendt avrebbe molto da dire.
Steinbeck descrive un problema che non riguarda soltanto la Grande Depressione. Le trasformazioni economiche e sociali sono spesso il risultato di processi complessi, nei quali le responsabilità individuali si intrecciano con decisioni politiche, rapporti di potere, istituzioni, tecnologie, mercati. Le conseguenze, però, vengono vissute individualmente. Si perde la casa, il lavoro, la sicurezza, il proprio posto nel mondo. E quando chi subisce la perdita ha un volto, una storia, una vita concreta, mentre le sue cause sembrano non averne alcuno, la ricerca di un responsabile diventa quasi inevitabile.
Non significa che le responsabilità non esistano o che siano tutte indistinguibili. Le banche, i proprietari e le istituzioni di Steinbeck compiono scelte precise. Individuare però le cause di un processo non equivale sempre a individuare una persona alla quale presentare il conto. La complessità delle prime può rendere particolarmente seducente la semplicità della seconda.
È proprio in questa distanza che può inserirsi la politica. Cercare chi abbia provocato un danno è una domanda legittima, talvolta il primo passo per ottenere giustizia. Ma individuare le responsabilità richiede di ricostruire i fatti, distinguere le decisioni, riconoscere i rapporti di potere. Indicare un colpevole è molto più semplice. Basta offrire alla rabbia un volto riconoscibile, qualcuno nel quale concentrare torti diversi, frustrazioni accumulate, paure che hanno origini lontane fra loro. Il bersaglio non deve necessariamente coincidere con chi ha causato il danno: è sufficiente che possa essere rappresentato come tale.
E così, una domanda che nasce dall’esperienza concreta di un’ingiustizia può cambiare natura. Non si tratta più soltanto di capire perché si è perduto qualcosa e come sia possibile recuperarlo, ma di stabilire chi debba pagare per quella perdita. Nell’offerta politica si può allora ricercare non una spiegazione delle cause, né una prospettiva di soluzione, ma una promessa di punizione.
Quasi novant’anni dopo, Francesco Costa, ragionando sull’America contemporanea, ha descritto una successione di crisi che hanno contribuito a diffondere la sensazione di essere continuamente ingannati, sfruttati, dimenticati. Dall’11 settembre alle guerre, dalla crisi finanziaria alla trasformazione del lavoro, fino alle tensioni culturali e politiche degli ultimi anni, una parte degli americani ha maturato la convinzione che qualcuno, da qualche parte, stesse approfittando di loro. In questo clima, osserva il direttore del Post, Donald Trump poteva rappresentare la promessa non tanto di rimediare ai torti subiti o di raddrizzare un sistema percepito come corrotto, quanto di «fargliela pagare» (cfr. F. Costa, Come se ne esce, Mondadori, 2026, Prologo). E se non al “sistema”, almeno a qualcuno che possa esserne presentato come personificazione.
È una differenza che merita attenzione. La politica viene normalmente giudicata, in teoria, per la sua capacità di risolvere problemi: migliorare le condizioni materiali, garantire sicurezza, distribuire risorse, assicurare diritti. Ma la soddisfazione politica può derivare anche da altro. Può consistere nella punizione di chi viene considerato responsabile di una perdita, indipendentemente dal fatto che quella punizione migliori la condizione di chi la reclama. Si può persino accettare di non recuperare ciò che si è perduto, purché qualcuno “paghi”.
Perché, in quel caso, la punizione non viene percepita soltanto come un mezzo per ottenere qualcosa. Diventa essa stessa un risultato. Vedere colpito chi è stato indicato come responsabile può restituire la sensazione che il torto subito sia stato finalmente riconosciuto, che qualcuno abbia ascoltato la propria rabbia e abbia avuto la forza di tradurla in un atto concreto. E può esserci anche qualcosa di più: quando la propria posizione appare compromessa, l’abbassamento di qualcun altro può sembrare una forma di risarcimento. Non si recupera ciò che si è perduto, ma si ristabilisce almeno una distanza, una gerarchia, la possibilità di non sentirsi più gli ultimi.
Qui riaffiora il problema affrontato nella prima tappa di questa serie. Se il valore attribuito alla propria posizione dipende anche da quella degli altri, il peggioramento della condizione altrui può essere vissuto come un miglioramento relativo della propria. La punizione, allora, non è necessariamente il prezzo da pagare per raggiungere un obiettivo: può diventare l’obiettivo stesso. E il capo che la promette può essere giudicato non per ciò che costruisce, ma per chi riesce a colpire.
Ma come viene individuato quel qualcuno? È scelto perché ritenuto responsabile della perdita subita, oppure perché abbastanza debole da poter essere colpito? E quanto conta, nella costruzione politica di un colpevole, la possibilità di punirlo senza incontrare una resistenza altrettanto forte? Forse le due cose non si escludono: la responsabilità attribuita può rendere legittima la punizione, mentre la debolezza del bersaglio può renderla possibile. Ma allora dovremmo domandarci se, qualche volta, non sia proprio la possibilità di colpire qualcuno a contribuire a trasformarlo in un colpevole.
Naturalmente, non ogni protesta contro un sistema è una richiesta di vendetta. Esistono responsabilità reali, ingiustizie documentabili e ragioni del conflitto che non hanno nulla di irrazionale. Anche la punizione di chi è effettivamente responsabile può essere una forma di giustizia. Il problema nasce quando il bisogno di punire si separa dall’accertamento delle responsabilità, e il successo della punizione diventa più importante della riparazione del danno. Né ogni voto di rottura può essere spiegato attraverso il risentimento. Ma sarebbe altrettanto riduttivo presumere che chi sostiene una proposta politica lo faccia soltanto perché ne attende un beneficio economico o una soluzione concreta ai propri problemi.
Forse, allora, prima ancora di domandarci perché qualcuno voti contro i propri interessi, dovremmo distinguere due domande che non sono affatto equivalenti: che cosa vuoi ottenere? E a chi vuoi farla pagare? Non è detto che le risposte coincidano.