«Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita».
Il linguaggio del Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (nel terribile acronimo PSNAI), pubblicato a marzo scorso dal Governo, nel descrivere le tipologie di obiettivi da perseguire «nella prospettiva di rafforzare le condizioni delle Aree Interne, in funzione delle condizioni di partenza delle realtà locali» (pag. 44-46), al punto 4, non usa giri di parole e, nelle poche righe sopra riportate, decreta l’irreversibilità dello spopolamento per molti di quei già piccoli paesi. Chi segue questo blog sa che la mia opinione sull’attuale esecutivo non potrebbe essere peggiore. Eppure mi chiedo: hanno così torto, in ciò che scrivono in quel documento?
Ne parlavamo alcuni giorni fa con due amici, davanti a un bar del nostro sempre più piccolo «natio borgo selvaggio». Quelle linee guida ministeriali sono una traccia scritta da funzionari e tecnici, spesso slegati dalla politica che, in un senso o nell’altro, cerca di interpretarli, e servono per disegnare un quadro della realtà per come essi stessi la leggono dai dati. E i dati, quelli sono. Immagino che la maggioranza politica dei “girasagre” e della retorica delle radici e delle patrie, grandi e minime, come unica misura dell’esistenza, avrebbe potuto trovare molto più elettoralmente interessante un’eloquenza contraria, fatta di rilanci sensazionalistici di storie di successo, rese possibili dall’impegno e dalla competenza dei politici della propria parte. Così, in quelle pagine, non è: lì si certifica quel che c’è. E come si dice, persino un orologio rotto…
Il senso ultimo delle ricordate pagine del PSNAI, a mio parare, è un avviso ai governanti: in quelle aree compromesse, per favore, non investite in progetti senza senso pratico per la poca popolazione rimasta, ma in interventi che per quelle, e solo per quelle, finché ci saranno, possano essere utili. Che senso ha realizzare un campetto da padel con fondi pubblici, in un comune di 500 abitanti e con una popolazione all’80% ultrasettantenne? Non sarebbe meglio finanziare una società di noleggio con conducente per poter arrivare nel centro medico più vicino o una cooperativa di servizi per l’assistenza e la cura agli anziani? Per chi costruiamo il parco giochi, in paesi dove l’ultimo bambino è nato vent’anni fa?
Fa male, certo, vedere le case che si sono conosciute piene inesorabilmente svuotarsi. Ancor più triste è non volerlo vedere, illudersi che il rilancio possa passare dall’istituzionalizzazione di manifestazioni ed eventi in fotocopia, nelle rievocazioni storiche tutte uguali, nella fantasia che il proprio sia il borgo più bello, e perciò stesso in grado di attirare visitatori, che pur quando vengono, rimangono appena il tempo d’un pranzo a base di quegli stessi prodotti tipici che è sempre più difficile produrre, quando a mancare sono i numeri per farne tasselli di un’economia solida.
Sognare non costa nulla, si sa; è l’amaro in bocca al risveglio che può far star male.
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